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Gli zampognari erano
frequenti per le vie di Monte San Biagio soprattutto nel periodo che annunciava
il Natale, infatti per nove giorni ossia nella "novena" rimanevano a
valle a suonare dopo aver sceso dalle montagne e giungere in paese ove si
offriva loro la possibilità di guadagno. I giovani pastori intanto imparavano
con impegno a suonare la zampogna aspettando l' età per seguire le orme del
padre, che al ritorno dalle novene parlava loro del paese, delle luci a festa,
dei dolci e dei soldi guadagnati suonando.
Giravano suonando per le vie e raccogliendo offerte occasionali, inoltre stipulavano accordi con le famiglie per ritornare a suonare in nove giorni consecutivi lasciando loro una cucchiarella in legno mentre il compenso veniva consegnato l'ultimo giorno della novena. Caratteristico il loro abbigliamento composto di cappello a cono, le "ciocie" ai piedi, un mantello nero detto "cappa", un gilet di lana di pecora e lo strumento sotto braccio.
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Nei tempi andati al
rintocco della mezzanotte della vigilia di Natale si usava mettere in atto delle
pratiche magiche, l' anziana signora levava dal fuoco un tizzone, lo teneva
verso l' alto poi lo spegneva e lo metteva da parte in quanto serviva a placare
l' ira delle tempeste. A queste anziane donne dotate di "particolari
poteri" ci si rivolgeva quando si avvertiva un forte mal di testa o chi
subiva l' influsso del malocchio.
A loro si ricorreva continuamente con cieca fiducia per qualsiasi problema o consiglio e per questo in paese riscuotevano da tutti rispetto e stima. Solo alla mezzanotte del 24 dicembre queste signore anziane potevano trasmettere i loro poteri a sole donne di cui bisognava prima assicurarsi che avessero saputo mantenere il segreto. Diceva una anziana signora: “Io tolgo il malocchio, cioè l’invidia che la gente indirizza a una persona. Non è necessario che vi sia malignità, a volte basta una frase che sembra innocente e che fa dei complimenti magari sulla bellezza. Di solito uno non si accorge di essere stato colpito, finché non cominciano a manifestarsi mal di testa e, nei casi più forti, nausea e senso di stordimento. Volete provare?”.
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La "Ballarella"
è una danza di corteggiamento eseguita nelle feste di paese ed era ballata in
coppia dello stesso sesso o qualche volta in coppia mista.Una caratteristica tipica è la
disposizione circolare dei partecipanti che simboleggia la volontà di sfuggire
al tempo che passa tenendo più a lungo il momento di festa. Il ballo era
praticato esclusivamente durante le feste religiose, le serate di incontri
festosi, l' uccisione del maiale, la fine della mietitura o della vendemmia, le
nozze o le nascite.
Tipici erano i balli delle "campagnole" ossia i balli dei contadini costituiti da gesti spontanei derivati da operazioni che si effettuavano durante il lavoro nei campi o in casa, oppure imitazioni degli atteggiamenti degli animali come il volo degli uccelli o i gesti dei gallinacci.
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E'
un gioco, secondo alcuni, molto antico e risalirebbe perfino agli Antichi Romani
che usavano chiamarlo Rex vini, Regnum vini, tanto che se ne trova descrizione
in Orazio e Catone che ne parlano entusiasticamente. Fatto è che
successivamente le regole, sono mutate così come i giocatori - dallo spirito
nobile che animava il gioco degli antichi, a quello più godereccio degli anni
più recenti - fino ad oggi periodo in cui sembra pressochè scomparso per
lasciare il passo a passatempi meno cruenti. Perchè cruenti? Si narra che
spesso il gioco finisse in rissa in quanto lo scopo era quello di lasciare a
bocca asciutta e casomai canzonare uno dei partecipanti che non sempre accettava
di buon grado di contribuire all' acquisto del vino per poi vederlo bere da
altri - in un periodo in cui, spesso, il popolano aveva difficoltà a procurarsi
la cifra richiesta per un buon bicchiere di vino - alla sua salute.
A Monte San Biagio la "Passatella" consiste in una beata deglutizione di birra fresca consumata ai danni di tutti i partecipanti al gioco costretti a subire le vessazioni bevitorie di due soli giocatori. Il primo dei quali, avendo vinto con le carte da gioco napoletane la "conta", diventa il "Padrone" della cassetta di birra giacente come "posta" del gioco medesimo e acquisisce, nel contempo, il diritto a nominare un "Sottopadrone" o luogotenente durante la conduzione della "bevuta". I giocatori sottoposti alla giurisdizione del "Padrone", in ragione di 4-5 o 10 e oltre, assetati per la feroce calura d' agosto, sono costretti ad aspettare l' eventuale "invito" del "Padrone". Al momento dell' invito, però, interviene il "Sottopadrone" che può sottrarre il bicchiere all' invitato e bere la gelida birra con grande sollievo delle sue fauci riarse e orribile delusione dell' invitato inferocito per l' arsura. Il "sottopadrone", d' altro canto, può decidere di invitare a sua volta un altro dei giocatori presenti e perdenti, in specie se questi è un suo caro amico o parente.
Fin troppo spesso, però, accade che "Padrone " e "Sotto" bevano le due o quattro bottiglie di fresca birra senza degnarsi nemmeno del più misero "invito" per la qual cosa gli altri giocatori sentono crescere il feroce odio verso i due seviziatori ripromettendosi, a loro volta, una feroce vendetta non appena si verificasse il caso di un cambio della guardia alla prossima girata di carte. Ancor più terribile è l' evento che vede il "Padrone" invitare un suo amico mentre il "Sottopadrone" decide di dirottare l' invito e quindi il bicchiere ricolmo di schiumante birra verso altro giocatore; ma qui interviene ancora il "Padrone" che, imprudentemente rivendica il proprio diritto - come per regolamento - a far suo il bicchiere. E giù tutta d' un fiato la bionda birra delizia degli avventori di antiche cantine ormai scomparse dove spesso le partite di "Passatella" terminavano a bottigliate e seggiolate in testa !
Tale passatempo viene ancora diffusamente praticato nei bar di Monte San Biagio dove spesso si possono notare tavoli e tavolini accerchiati da una decina di giocatori con relativo contorno di spettatori pronti a godersi lo spettacolo di avvincenti partite al termine delle quali possono esserci anche uno o due giocatori che risultano "a secco", vale a dire che non sono riusciti a sorbire nemmeno una goccia di birra per tutta la durata delle partite disputate nell' arco di ore di "spettacolo".
Una breve precisazione...n.d.r., quanto riportato in merito alla "passatella", essendo questa una tradizione molto diffusa nel Lazio e nelle altre regioni circostanti, è da ritenersi non unica, in quanto esistono varianti e non precise regole pur da contrada a contrada, per cui il lettore se ne avveda se dovesse rilevare errori in quanto essere semplici variazioni del soggetto. Quanto da me scritto comunque è stato riferito in parte da uno stesso monticellano cui insieme potei assistire proprio a tale pratica di passatempo. Il Webmaster.
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Tra
"favola e leggenda" si cita che la città di Amyclae si trovava
proprio nella zona di Monte San Biagio in particolare sul lago di Fondi. Una
notte di luna piena accadde che la città sprofondò e la fenditura apertasi fu
riempita dalle sorgenti che formarono il lago a cui fu dato nome di Lago
Amyclaus. Si tramanda nei giorni in cui il lago era una tavola piatta che i
pescatori vedevano sul fondo i tetti delle case ed il campanile, ma col divenire
negli anni melmose le sue acque, qualche volta la rete dei pescatori
s'impigliava in chissà cosa e si esclamava: "la rete s'è inceppata alla
punta del campanile!". La credenza rimase assai viva.
Nella memoria degli anziani molti sono i racconti delle persone annegate nel lago e mai piu' rinvenute a galla...Negli anni venti si incominciò ad abbattere gli alberi della selva del Salto, molti operai erano di Monte San Biagio i quali si recavano al lavoro attraversando il lago con i barchini. Purtroppo molto spesso si rovesciavano e non tutti riuscivano a salvarsi. La fantasia popolare attribuiva il rovesciamento dei barchini ad un mostro che in certi giorni dell' anno si svegliava e si divertiva a capovolgere i barchini stessi. Gli annegati che non venivano a galla si diceva erano stati mangiati dal "mostro del lago"... Pura leggenda.
Note:
nella zona che si stende fra Terracina e Sperlonga, non lungi dalla costa, ma ad
una distanza che non si può precisare, in un punto della valle tra Monte San
Biagio e Fondi, la tradizione vuole che sia stata fondata nella laguna
(come del resto Pisa e Ravenna) la città di Amyclae o Amunclae. Fondatori
sarebbero stati quegli stessi Laconi che, guidati dai Dioscuri, avrebbero
fondato anche le città di Gaeta e di Formia. La città avrebbe avuto insomma
origine da genti di origine ellenica, giunte dal mare.
Intorno alla scomparsa di Amyclae si narravano storie paurose.
Secondo alcuni gli abitanti di Amyclae, seguendo i dettami della setta
pitagorica che vietava di uccidere gli animali, non si sarebbero curati di
uccidere i serpenti che infestavano le paludi, e sarebbero stati completamente
distrutti dai loro morsi velenosi (Amyclae a serpentibus deletae).
Secondo altri, gli Amiclei, ricevendo spesso false notizie sulI'arrivo di
nemici, avrebbero fìnito col proibire, per legge, che fosse data notizia di
tali inesistenti pericoli. Un brutto giorno i nemici sarebbero venuti davvero,
senza che alcuno osasse di avvertire gl'interessati, e gli Amiclei sarebbero
caduti in potestà degl'invasori.
Alcuni studiosi di storia antica pensano che la Amyclae o Amunclae italica
sia una duplicazione della omonima città della Laconia. In Italia non si
conoscono colonie spartane fuorchè Taranto, la quale appunto diventò la
cittadella delle dottrine pitagoriche.
Scartata la leggenda dei serpenti, sarebbe da concludere che furono genti di
stirpe osca che distrussero Amyclae sulla laguna, e avrebbero dato poi vita alla
città di Fondi.
Secondo altri storici Amyclae è ricordata dagli antichi come un sito presente nella cerchia dei Monti Ausoni, città fondata dai greci di Laconia, insieme ai Dioscuri e a Glauco, figlio del re cretese Minosse.
Le prime ricerche sono iniziate nel cinquecento, ma il sito (risalente al VI secolo a.C.) sarebbe stato individuato soltanto ora, sul monte Pianara vicino Fondi, a seguito di ricerche condotte dalle università di Bologna e Napoli.
Con l'affermazione di Amyclae distrutta da genti osche non contrasta la
tradizione segnalata da Virgilio che celebrava Camerte figlio di Volcente
"...qui fuit Ausonidum et tacitis regnavit Amyclis (VERG., Aen., X,
564)"
I
nomi di "battesimo" di Monte San Biagio nel corso degli anni sono
stati diversi...ne elenchiamo alcuni ma soprattutto sono curiosi i nomi
derivanti da fonesi diverse in quanto scritti da autori non del posto, purtroppo
la carenza di fonti non consente di stabilire con certezza il periodo in cui
nacque il paese, per cui il nome originario piu' veritiero risulterebbe
Monticello di Fondi.
Senza dubbio per Monte San Biagio si puo' dire che il nome del paese stesso ha avuto diversi soprannomi per cui ironicamente ci sentiamo di dire che già le persone stesse erano conosciute con i soprannomi e non per caso il nome del paese stesso aveva in passato gia' qualche curioso soprannome...
Monticello di Fondi
Monticelli
Suvereta
Terra Monticuli
Monte San Biagio (come da delibera del 20 dicembre 1862)
Una curiosità sorge nel leggere un ulteriore nome in una antica stampa del 1607: Monte San Biagio figurava col nome di Montecolli, come visibile dalla stampa sopra riprodotta di Jodocus Hondius dal titolo "Latium numc Campagna di Roma".
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Sull'
arco della Porta San Rocco, lungo Viale Littoria, è presente dal 1755 un
bassorilievo recante il simbolo M/A...
La M e la A sovrapposte sono un simbolo universale perfetto, rovesciandolo e anche da dietro lo si vede sempre uguale, il fatto che il bassorilievo si trovi dinanzi una porta è secondo un ipotesi che Maria è per il culto cristiano un ponte, una porta verso Dio (appunto di qui si deve la sua affissione su una porta, la Porta di San Rocco), ciò è anche naturale pensarlo perchè Maria è la madre di Gesù. Ma questo simbolo universale scolpito sulla Porta San Rocco a Monte San Biagio ci potrebbe far pensare ad una interpretazione più moderna della sua esistenza in paese magari legata a fatti ricorrenti nel passato. La Madonna, infatti, è considerata e adorata sia nella religione cristiana che nella religione islamica. Questo simbolo potrebbe far pensare ad un richiamo di pacificazione tra due religioni che sono state sempre in conflitto, il simbolo sulla Porta San Rocco infatti può essere letto sia da un lato che dall' altro lato, cioè da chi ci si trova davanti, essendo il simbolo interposto tra le due persone che lo guardano. E mai come oggi il mondo cristiano e islamico sono così contrapposti uno di fronte all' altro.
Il simbolo infine può essere interpretato come due M e non come una M ed una A. Una M può essere letta guardandolo normalmente e l' altra M può essere letta rovesciando il simbolo. Potrebbe significare che Maria (M) è assunta in cielo e la sua presenza in cielo sarebbe confermata dal fatto che la M può essere letta dal cielo stesso; oppure che Maria è la vera vincitrice di Satana e Satana leggendo la M dal basso (dall' inferno) è costantemente ammonito e minacciato da Maria. Non è possibile non considere la possibilità, inoltre, che una M significhi Maria e l' altra Maddalena...?
Riflessioni personali del Dott. Arnaldo Carbone di Campobasso, dal libro "Rennes-le-Chateau e il mistero dell'abbazia di Carol" - Sugarco Edizioni.
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Dal dizionario
etimologico napoletano F. D' ascoli 1979, ed. Delfino, alla voce "munaciello"
si legge: s.m. Spiritello, gnomo, folletto (secondo una vecchia credenza, prese
le sembianze di un monaco, si insinua nella notte furtivamente in certe
abitazioni in cui reca disordine e confusione mettendo sottosopra il mobilio).
Già dal '500 si parlava di munacelli, il "munaciello" disertava i quartieri bene della città, preferiva le viuzze e i vicoli scuri del centro storico. Si nascondeva dappertutto: sotto il letto, nell' armadio e nei muri. Rumori improvvisi e scricchiolii ne indicavano la presenza. Chi è riuscito a vederlo lo descrive "rosso e paffutello" con un bel pancione e gambe corte, alto non più di un metro, un naso grosso e all' insù, bocca sorridente, occhio vivace e completamente calvo. Secondo i racconti "del nonno" i monacelli apparsero spesso nel cortile del Castello, si dice che erano le anime di bambini non battezzati morti di malattie infettive che in tempi remoti colpivano i più piccoli e indifesi, allora quando a Monte San Biagio i bambini giocavano a nascondino per le ripide e scure vie del centro storico le mamme per non farli troppo allontanare dicevano loro: "Nu jate a chella vje che ci stann gli munaciegli !".
Esistevano due tipi di "munacielli": uno col cappuccio rosso e un altro col cappuccio nero. Se nella casa si insediava quello col cappuccio rosso, era di buon augurio perché portava ricchezza e benessere: "un' anima ignota, grande e sofferente, in un corpo bizzarramente piccolo, in un abito stranamente simbolico; un anima umana dolente e rabbiosa; un bimbo che gli uomini hanno torturato ed ucciso come un uomo; un folletto che tormenta gli uomini come un bambino capriccioso e li accarezza e li consola, come un bambino ingenuo e innocente". Ma se il monacello portava il cappuccio nero l' inferno e la maledizione regnavano in quella sfortunata casa.
Tempo fa una famiglia stava restaurando l' appartamento sito sopra la galleria del Vernone, in pieno centro storico a Monte San Biagio, raccontava il proprietario che da tempo arrivati in quell' appartamento si sentivano bussare le porte e rumori vari, ma non vi era nessuno per la via sotto la Galleria. Quando iniziarono i lavori si dovettero rompere per realizzare un passaggio le spesse mura, spesse anche più di un metro che allora erano le mura di cinta della rocca di Monticello, mura robuste per una sicura difesa.
Con stupore da quelle spesse mura vennero alla luce due piccole cassette, quando vennero aperte vi fu una macabra scoperta: erano due piccole bare contenenti i resti di due bambini che i castellani di quel periodo murarono entro le mura: quei resti erano di bambini forse morti per oscure malattie e che i genitori vollero nascondere alla vista degli abitanti del castello onde dare una migliore sepoltura anzichè quella destinata alla distruzione del cadavere malato... Avvisate le forze dell' ordine le due cassette vennero rimosse, l' intervento del parroco fu per una benedizione dell' appartamento che d' allora non fu più infastidito da quei due "monacelli".
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E' chiamata ciòcia, al plurale
ciòce o ciòcie, la calzatura tipica della zona del basso Lazio soprattutto
della Ciociaria. La parola deriverebbe dal latino "soccus", nome di
una antica calzatura. Le cioce, sono calzature composte da ampie suole di cuoio
trattato che avvolgono il piede fermate alla gamba con delle corregge.
Erano le calzature tipiche di contadini e pastori, indossate sia dagli uomini che dalle donne; flessibili ma ben ancorate alla gamba, si adattavano a tutti i terreni lasciando gran libertà di movimento nel lavoro. Il loro uso si è andato progressivamente perdendo; oggi è ancora possibile vederle ai piedi dei pochi zampognari (suonatori di zampogna accompagnati dai suonatori dell' oboe detto ciaramella) che ancora itinerano a Monte San Biagio in occasione di eventi folkloristici in cui vengono indossati i costumi tradizionali. Le cioce tradizionalmente si indossano dagli uomini sotto a dei pantaloni lunghi fino al ginocchio, stretti inferiormente da lacci, dalle donne invece sotto le gonne.
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Particolare
è l' abito che un tempo le donne Monticellane indossavano: "l' abito da Pacchiana".
Contrariamente al significato che si attribuisce oggi all' aggettivo pacchiana, l' abito era allora considerato segno di eleganza e raffinatezza. Quando si parla di pacchiano, nel gergo corrente, ci si rifà ad un modo di essere e di vestirsi stravagante e appariscente privo cioè di quella classe e/o di quel decoroso equilibrio che offende i canoni della bellezza estetica.
Non è certamente il caso della "Pacchiana Monticellana" che, nella originaria etimologia, si rifà ad una concetto di "pacchia", ovvero ad una manifesta voglia di divertimento, di allegria, un miscuglio di odori e sapori, di canti e tarantelle.
Originariamente esistevano due versioni dell' abito: quella giornaliera (piuttosto semplice e quasi sempre di colore nero che rappresentava un lutto in famiglia) e quella delle grandi occasioni, molto ricco di colore e ornato di oggetti preziosi che si usava indossare al matrimonio o durante le ricorrenze delle feste religiose e civili. Questo era caratterizzato da lunghe mutande ornate da un merletto lavorato a mano e calzettoni bianchi; da una camicia di mussola bianca, abbellita da merletto colorato; da un corpetto nero di velluto, sul quale veniva portata la 'scolla' ovvero una sciarpetta ornamentale; da un grembiule di raso colorato, ricamato con fili dorati; da una gonna di velluto o di raso plissettata, lunga fino al ginocchio, sotto la quale venivano indossate più sottovesti; da una imbottitura (una sorta di cuscino) che si usava mettere sui fianchi. Le scarpe, adornate da nastrini potevano essere di varie tinte. Il costume si componeva anche di un copricapo, che variava a seconda dei giorni: in quelli festivi si usava 'la pannuccia', mentre quotidianamente venivano utilizzati il 'maccaturo' o la 'tovaglia' ricamata e resa rigida dalla inamidatura. La 'tovaglia" sovrastava delle trecce finte, portate a mo' di corona, che venivano realizzate con capelli neri e trattate con il bianco d' uovo per fissarne la forma.
L' oro costituiva un elemento fondamentale del costume. Arricchivano il costume gli orecchini, lo spillone che serviva a fissare la tovaglia ed il 'maccaturo' alle trecce e da molteplici fila di collane d'oro.
L'
abito della "Pacchiana" era costituito da più
componenti ognuno dei quali tendeva a valorizzare la femminilità della donna
monticellana, la quale dotata di florida conformazione, curava meticolosamente
il suo aspetto; la pacchiana era infatti sempre adornata con oro e corallo, con
scolli ricchi di ricami e merletti; i suoi capelli erano sempre ben acconciati
con un particolare nastro colorato necessario per "intrecciare"i
capelli, coperti poi da un fazzoletto denominato " r' tuort' ".
L' abito è formato poi da un corpetto il quale era spesso guarnito con trine e rivolti d' oro; un piccolo pezzo di stoffa triangolare che veniva adoperato per nascondere almeno in parte il seno, la gonna era invece confezionata con stoffa pregiata ed ornata da folte pieghe frange e galloni.
Oggi sono poche le donne, ormai, tutte anziane, che vestono con l' abito antico, non per questo però esso ha perso il suo pregio, al contrario è divenuto emblema del nostro passato.
Il modo di vestire della contadina o "pacchiana" di Monte San Biagio era differente da quello delle contadine dei paesi vicini.
Nei giorni festivi essa usava indumenti più buoni, nei giorni di lavoro invece indumenti più modesti. Questi ultimi consistevano in una camicia grossolana su cui si sovrapponeva il busto, gonna molto ampia e ciocie calzate a piede nudo.
Nelle domeniche e nelle altre solennità indossava gli abiti da festa. Sulla camicia metteva un corpetto dai colori smaglianti, e al di sopra un busto spesso di velluto nero. Il busto era reso rigido da stecche di canna, per reggere bene in alto il turgido seno. Nella parte posteriore era allacciato da una lunga stringa infilzata in due file di occhielli metallici. Era sul davanti abbottonato con due ciappe metalliche. Aveva due spalline che si riannodavano alla parte posteriore. Alle volte queste spalline non le aveva, e il busto lasciava libera la parte superiore del corpo.
La gonna era molto ampia in basso, con un bordo colorato, e ristretta alla vita da fitte pieghette. Sulla gonna un vistoso zinale tessuto a strisce di vario colore, spesso tramezzate da galloncini dorati. Sulle spalle uno scialle, e d' inverno un fazzolettone.
Sulla testa una pannella bianca sorretta da uno spillone infilzato sulle trecce annodate in alto, o appena sorretto sui capelli, quando le trecce erano aggruppate nella parte posteriore del capo. In inverno portavano sulla testa un fazzoletto colorato con frangia piegato a metà, i cui pizzi passavano sotto la gola.
Le cioce della festa erano più morbide di quelle del giorno di lavoro, e non erano calzate a piede nudo. Una striscia di panno bianco si aggirava intorno al polpaccio, stretta da cinghie di cuoio. Le più benestanti qualche volta sfoggiavano stivaletti bassi e calze fatte con grosso cotone a strisce variamente colorate.
I monili erano la fede d' oro o di argento, un filo di coralli più o meno grossi secondo le possibilità della famiglia, e infine i campanacci, orecchini di forma speciale: un semicerchio d' oro vuoto con un' ampia ansa per agganciarlo ai fori dell' orecchio, e in basso una piastrina tonda con un foro in mezzo da cui prendeva un fusello di corallo o d' oro con una perla in fondo. Anche i campanacci erano più o meno grandi, a seconda delle proprie possibilità. Alle volte questi orecchini arrivavano a pesare un etto, e i coralli cinque etti, mentre le più povere usavano un sottile filo dì coralli e orecchini di ottone invece che di oro.
Gli uomini portavano le cioce con le fasce di panno e le stringhe di cuoio fino al ginocchio, calzoni corti con la patta chiusura abbottonata ai due lati anziché nel mezzo, una camicia di panno bianco con gran collo, e su di essa una giacchetta buttata sulle spalle. I gentiluomini di campagna non portavano le cioce, ma scarpe di cuoio, calzoni corti, e nel resto cercavano di imitare quelli del centro.
I contadini, nei giorni di pioggia, indossavano i guardamacchia, pelli di capra con ancora i peli. Venivano portati nella parte anteriore delle gambe, e agganciati di dietro con strisce di cuoio. Qualche vecchio pastore, i sensali e i commercianti girovaghi portavano dei piccoli orecchini di oro alle orecchie. Tutti i panni, le stoffe, i zinali erano fatti in casa.
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Il licantropo (dal greco lykòs, "lupo" e anthropos,
"uomo"), detto anche uomo-lupo o lupo mannaro, è una delle creature
mostruose del folklore Monticellano.
Secondo la leggenda, il licantropo è un uomo condannato da una maledizione che, ad ogni plenilunio, inizia a ricoprisi di peli e a munirsi di zanne, fino a diventare un vero e proprio lupo feroce, pericoloso e aggressivo. Lo si può uccidere solo con un' arma d' argento, in quanto ritenuto il metallo più sacro. Secondo alcune interpretazioni, il licantropo sarebbe in grado di trasmettere la propria "malattia" ad un altro essere umano dopo averlo morso.
Secondo la tradizione, il lupo mannaro subisce una trasformazione in seguito all' influsso della luna piena. Il suo ululato è simile a quello del lupo, in realtà è un vero e proprio strillo di dolore, un tempo Monte San Biagio aveva i "suoi" lupi mannari, nelle notti di luna piena si era soliti sentire qualche strillo lacerare improvvisamente la quiete della notte...e al mattino trovare le fontane aperte o le vasche divelte d' acqua in quanto il lupo mannaro, in preda al forte calore corporeo doveva ivi trovarne refrigerio. Mai ritirarsi a notte tarda nei pressi del Castello....poteva trovarsi il "Lupo mannaro"!
Moltissimi sono i racconti sull' esistenza del lupo mannaro nel nostro paese nonostante gli attuali abitanti ne considerino una pura leggenda, la malattia di un soggetto veniva meticolosamente nascosta onde evitare ripercussioni ed isolamenti dello stesso dalla comunità del paese.
Il lupo mannaro, secondo alcuni racconti del paese, appena uscito di casa, custodiva gli abiti in un posto segreto per scorrazzare nei campi e alla periferia del paese. Prima dell' alba, poi, riprendeva i vestiti e raspava alla sua porta, ma soltanto al terzo tentativo i familiari potevano aprirgli. Anzi, in qualche abitazione si praticava un foro nell' uscio per essere certi dell' avvenuta trasformazione del proprio congiunto da lupo a uomo. Il segno di croce incuoteva paura al licantropo che evitava, perciò, di attraversare ogni quadrivio.
Lo stesso motivo induceva i nostri antenati a tracciare a Natale con dei carboni accesi, per tre notti consecutive, una croce sotto la pianta dei piedi dei piccoli affinché venisse loro scongiurato da grandi l' eventuale grave disturbo. Per fortuna, col diffondersi dei mezzi di comunicazione, il lupo mannaro ha trovato il suo nuovo ruolo soltanto nei film e non turba più il sonno delle famiglie di Monte San Biagio.
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I canti Monticellani, come in genere tutti i canti popolari, hanno in gran parte una loro destinazione precisa. Alcuni si cantano in primavera altri in estate, durante la mietitura e la battitura del granturco, altri in inverno e in autunno per la vendemmia del moscato di Vallemarina. La Pasqua e il Natale hanno canti propri, la Novena di Natale è cantata dagli zampognari durante le feste natalizie.
Fra i canti del lavoro particolare attenzione merita l’ uso che se ne fa al tempo della mietitura. Un contadino appositamente ingaggiato lo canta accompagnandosi con l’ organetto mentre le donne recidono a colpi di falcetto i fasci di spighe. Il canto incita al lavoro, lo esalta, lo rende più leggero e sopportabile sotto la calura della pianura di Cagnasino: è come una dolce frusta sui nervi degli uomini e donne che faticano. Questi avanzano in fila indiana, ma obliquamente per non colpirsi, lungo il campo, e il cantore li accompagna da presso, senza lasciarli un istante. Soltanto quando i mietitori sono giunti al limitare del campo e, prima di proseguire il lavoro, si riposano quando cessa, e il cantore si ristora anche lui.
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Anche se l’ uccisione del maiale ha subito un notevole calo rispetto al passato, sono ancora tante le famiglie Monticellane che amano fare le provviste grazie alla sua carne pregiata. Ricordiamo che un tempo ci si cibava prevalentemente con erbe selvatiche e l’ approccio con la carne avveniva solo in qualche festa comandata, per cui il rito dell’ uccisione del maiale a Monte San Biagio si caricava di enormi significati. Questo animale, accudito e governato per lunghi mesi, era capace di far fronte all’ intera economia alimentare della famiglia per un anno intero.
Il rito dell' uccisione del maiale sopravvive come fatto culturale e di aggregazione. Circa un paio di mesi prima iniziano i preparativi degli ingredienti basilari necessari alla lavorazione delle sue carni c’è ancora l’ usanza, per la mattina dell’ atteso evento, di coinvolgere parenti ed amici e ciò per una duplice finalità: in primis perché all’ atto dell’ uccisione c’è bisogno di braccia poderose che abbiano il sopravvento sulla resistenza dello sfortunato animale, e poi perché assieme a loro bisogna festeggiare.
Quando il maiale viene prelevato è come se intuisse l’ infausto destino per cui egli lancia delle grida lancinanti che giungono alle nostre orecchie con tutta quella sofferenza che possiamo solo immaginare. Ma, essendo le leggi della tradizione scevre da momenti di commozione, si procede con l’ affondamento del coltello nella gola dello sventurato che procura la fuoriuscita del sangue prontamente raccolto dalle donne in un recipiente. Questo sangue va rimescolato energicamente con un mestolo per evitarne la coagulazione, servirà alla preparazione del sanguinaccio a base di cacao e frutta candita.
La caratteristica del maiale è che tutte le parti del suo corpo, anche quelle cosiddette di scarto, si utilizzano per un qualche cosa. Ad esempio, la lunga setola è utile al calzolaio per infilare lo spago nella lesina e riparare le scarpe. Terminata la fase della spellatura, che avviene con coltello ed acqua calda, il maiale viene appeso al soffitto negli appositi ganci. Segue ora un lavoro accurato da parte delle donne che devono lavare per bene gli intestini con acqua e limone.
E’ inutile dire che in questo giorno il pranzo viene preparato quasi esclusivamente con carne di maiale, ma sulle tavole dei buongustai non mancano di certo i contorni adeguati e un buon bicchiere di vino. La lavorazione della carne inizia la mattina seguente con la triturazione e l’ impasto con sale e pepe rosso, indi si procede alla preparazione di salsicce e soppressate.
Queste prelibatezze vengono legate ben strette con degli spaghi e successivamente appese, possibilmente in cucina, in modo da potersi asciugare al fuoco del camino. Dopo ventiquattro ore le soppressate vengono rimosse e messe sotto peso (da qui deriva il suo nome) poi di nuovo al suo posto e poi ancora sotto peso. Col maiale si preparano ancora prosciutti e capicolli e tant' altro, non per niente "Il maiale riempie la casa", dicono gli anziani Monticellani...
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Prima
che comparissero le ferrovie, il servizio postale a Monte San Biagio e nei
centri limitrofi, si svolgeva lungo le strade rotabili, che, nel Regno delle Due
Sicilie, si chiamavano cammini.
D' estate e d' inverno, le corriere postali, che portavano anche passeggeri e piccoli colli di merce, percorrevano l' Appia (chissà in quel periodo come silenziosa era la Via Appia mentre dalle case del centro storico udiamo ora, dai balconi, il fischio dei treni sulla Roma - Napoli), a orari precisi, che però, ovviamente, alteravano quando c' erano brutte condizioni meteorologiche, in certi posti, i cavalli, non potendo più avanzare, dovevano essere sostituiti dai buoi.
Quando la posta ritardava, l' impiegato "dell' Officina postale di Monte San Biagio" (così si chiamavano gli uffici) esponeva un cartello con la scritta: la "Posta non è giunta". Finalmente giungeva e allora il cartello, rivoltato, avvertiva: la "Posta è giunta". Così, chi attendeva una lettera, poteva ritirarla, perché il servizio del portalettere, nei piccoli centri, non c' era. Alle persone di riguardo l' impiegato (che aveva poco da fare) portava lui le rare lettere (le stampe quasi non esistevano) e una regalia ci scappava, preziosa per arrotondare il magro stipendio.
I due cavalli (ma più spesso quattro) che tiravano la diligenza, non erano certo gli stessi partiti da Napoli o da Roma, dato che, per giungere alla fine del "cammino" dovevano percorrere un duecento chilometri. Lungo il detto cammino c' erano varie stazioni di posta, una in particolare fu allestita in un casolare adiacente le Torri del Passo di Portella, nelle quali cavalli freschi si mettevano al posto di quelli stanchi.
Come facevano i paesi interni a ricevere la posta? I Municipi avevano una propria diligenza, mentre ai più piccoli o sperduti sulle montagne, come Campodimele, bastava un mulo: questo o quella si recava all' officina della posta più vicina, per portare qualche lettera in partenza e prendere qualche altra in arrivo. Le missive erano sempre poche, perchè il più delle gente non sapeva scrivere e inoltre la stessa non aveva motivo di uscire dal paese nativo. Il fenomeno dell' emigrazione doveva ancora venire.
Sapevate che il postiglione doveva essere sempre armato di pistola? Già, perchè la possibilità d' assalto (da parte dei cosiddetti briganti di strada) c' era sempre, d' estate come d' inverno. Anzi, nei posti, dove di solito si appostavano i briganti, i postiglioni dovevano essere sempre due armati.
Mestiere duro quello dei postiglioni, perchè, con la pioggia come col solleone , di notte come di giorno, le corriere dovevano partire e giungere, all' orario fissato, a destinazione. Se poi, ai pericoli naturali, si aggiungevano i malfattori, c' era proprio da raccomandarsi al santo protettore a Monte San Biagio... dopo il Passo di Portella!
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La mietitura nella piana di Monte San Biagio, rispolvera antichi ricordi che nelle anziane persone del paese significava un' occasione densa di preparativi in cui sin da un mese prima coinvolgeva più famiglie che si aiutavano a vicenda nell' organizzare la manodopera e quanto necessario per il pranzo, dopo la festa di S. Antonio da Padova si sceglieva il grano più secco e così si dava inizio alla mietitura che durava un paio di settimane... ndànn' s' m' tev' cu gliù surrich' (...allora si mieteva col falcetto) ed ogni persona che mieteva faceva l' v' rangh' (mazzo di grano della quantità che si è in grado di tenere in una mano, legato col grano stesso) che, lasciate cadere, venivano opportunamente raccolte a gruppi per comporre la regna.
Quando il grano da mietere era tanto ed il proprietario non aveva trovato aiuto a sufficienza presso i vicini, era costretto a chiamare dei braccianti che venivano pagati a fine giornata, tanto che essi, nel pomeriggio inoltrato, intonavano una sorta di ritornello nell' intento di spronare il padrone a pagare:
Gliù sol' s' ha utat' allu rusc' ... gliù padron' app' zzut' gliù muss' ... N' serv' app' zzutà tuogl' la vorz' e cumenz' a paià!
Terminata la mietitura, l' regn', in attesa di essere trasportate nell' aia, si ammucchiavano per terra in posizione orizzontale a mò di piramide, in modo da consentire il rapido deflusso dell' acqua in caso di pioggia, in attesa della trebbiatura.
In tempi più antichi, quando ancora non c' era la trebbiatrice, il grano o si batteva con gliù iuvìgl' (attrezzo costituito da due pezzi di legno di diversa lunghezza tenuti insieme da un pezzo di cuoio) oppure veniva calpestato da cavalli tenuti per le redini da un uomo posto al centro di un cerchio fatto di fasci di grano per terra.
Il grano una volta liberato dalla spiga restava a terra e la paglia presa con le forche veniva sistemata in mucchi, una volta pulito il grano veniva sistemato sopr' gliù ranàl... (nel granaio). In tempi più recenti, invece, ci si avvaleva della trebbiatrice... a quei tempi proprietà di pochissime persone a Monte San Biagio, i proprietari potevano essere anche soci tra loro e come pagamento accettavano denaro solo quando il grano prodotto non era di grande quantità.... raccontano gli anziani e le anziane donne del paese:
"...la trebbiatrice, allora l' unica in paese, era del Signor B. Polidoro, era grande! e si annunciava non solo per il gran vociare degli uomini appresso... ma anche per il caratteristico rumore che le massicce ruote di legno producevano nel lento proseguire lungo la soleggiata via di Cagnasino...".
Queste parole descrivono bene la giornata di sole che avrebbe accompagnato la silenziosa pianura di Monte San Biagio nella trebbiatura di giugno...
La trebbiatura non terminava mai prima di sera, per cui il pranzo era di grande importanza, tutto era preparato con l' animale più grosso e naturalmente il vino migliore! Le persone erano numerose, il lavoro faticoso ma il divertimento assicurato, infatti a fine giornata, ci si abbandonava a balli e canti che si protraevano fino a tarda sera.
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Nel fidanzamento...sebbene oggi possa essere una pratica semplice e comune, un tempo la scelta non era appannaggio dei due giovani bensì delle loro famiglie, il cui primo intento era quello di incrementare il patrimonio!
Spesso per far giungere alla ragazza la richiesta di fidanzamento, ci si serviva di una "comare" o di un' amicizia la quale faceva la cosiddetta ambasciata esprimendosi più o meno così:
"Vagliò, c' stà gliù figl' d' Nducc' ch' s' ulèra mett' a fa gl' amòr' cu te... E' nu brav' vaglion', tè paricch' pièzz' d' terr'..."
A tale proposta la ragazza si mostrava molto titubante, liquidando l' "ambasciatore" con una risposta del tipo:
"...c' tengh' p' nzà!"
lo scopo in realtà era quello di non mostrarsi troppo interessata e prendere tempo per avere il consenso dei genitori. La risposta poteva pertanto giungere anche a distanza di un mese, dopo di che i genitori del ragazzo si recavano a casa della ragazza p' fà la par' nter' (il fidanzamento ufficiale), in questa occasione si parlava quasi esclusivamente di interessi, tra cui le proprietà dello sposo e il corredo della sposa. Di solito il corredo veniva tessuto a mano e ricamato dalle stesse ragazze, le quali vi apponevano anche le proprie iniziali. Terminate le fasi di presentazioni tra le due famiglie seguiva poi un periodo più o meno lungo di fidanzamento, durante il quale il ragazzo si recava a far visita alla sposa (fidanzata in dialetto monticellano) e non accadeva mai il contrario: il giovedì, il sabato e la domenica.
Le visite avvenivano sempre di sera quando cioè erano rientrati tutti dai campi, ci si sedeva presso il focolare ma i due giovani venivano sempre tenuti a distanza da uno dei genitori che era solito sedere tra i due. Se per un qualsiasi motivo la ragazza doveva incontrare lo sposo, quella non era mai sola ma sempre accompagnata da un' amica o dalla sorella e mai vestire in abiti corti o con calze di nylon ritenute allora troppo provocanti!
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A Monte San Biagio, in questo paese in cui il tempo sembra essere scandito ora dopo ora solo dall' orologio della chiesa, l' annuncio della morte è ancora affidato ai cupi rintocchi di una campana, nonchè alla scrupolosa opera delle anziane donne del "Castello" che si adoperano affinchè la notizia giunga anche alla "Villa", laddove i rintocchi del campanile non si sentono.
Appresa la notizia tra "pat' en' e cummar' ", ci si presenta a rendere l' ultimo saluto e a ricordare insieme episodi di vita in cui ci si è visti uniti al caro estinto, nel bene e nelle male azioni.
Nei tempi antichi e ancora oggi viene data estrema importanza all' abbigliamento: le donne vestivano di nero, completamente, nel caso in cui la morte avesse colto parenti molto vicini o parzialmente, in caso di parenti più lontani. Gli uomini invece usavano apporre sul bavero della giacca una fascia nera oppure un bottone nero. Anche il tempo del lutto era in relazione al grado di parentela e per una donna poteva variare da alcuni anni all' intera vita.
Di solito il funerale era organizzato dal parente più prossimo, il quale si incaricava di prendere accordi con il parroco e con il becchino, la vestizione del defunto veniva invece affidata solitamente alle donne di provata esperienza.
La salma, una volta composta, era adagiata su di una coperta bianca, la migliore della casa e con lenzuola bianche venivano coperti i mobili della camera da letto. Allestita la "camera ardente" accanto alla salma si disponevano i parenti più stretti e avevano inizio le visite che si protraevano per tutte le ventiquattro ore. Intanto le donne e le vicine prendevano accordi per la preparazione del r' cuns' l' ovvero il pranzo funebre che di solito era consumato al ritorno dal cimitero ma che in tempi più antichi veniva preparato e portato alla famiglia in lutto per tutta la settimana.
Le varie pietanze e bevande venivano portate dentro gliù cuòf' n', un grande cesto di vimini in cui era posto l' occorrente per imbandire la tavola e che veniva portato dagli organizzatori per non arrecare disturbo alla famiglia colpita dal lutto. Un grande episodio di solidarietà tipica nel nostro paese e in tutti i paesi limitrofi del Sud Pontino.
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Pochi giorni prima della data fissata per le nozze, si faceva una volta pubblica dimostrazione per il trasporto del corredo in casa dello sposo, da parte di una lunga fila di giovani donne generalmente amiche e parenti della sposa, ognuna delle quali recava un cesto, "gliu' canistr' ", in testa, contenente un capo di biancheria. Tanto più consistente era il corredo quanto più lunga era la fila di ragazze addette al trasporto...
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Al tempo in cui si credeva all' esistenza delle streghe attendendo anche alla vita famigliare e introducendosi nelle ore notturne nelle abitazioni magari attraverso il buco della serratura, era naturalmente d' obbligo prendere le opportune precauzioni!
Una valida difesa era costituita da una scopa o da un sacchetto di miglio o di sale fino posti dietro la porta di casa. Secondo i misteriosi canoni della magia bianca e nera, la strega era obbligata a contare senza il minimo errore le festuche della scopa o i chicchi di miglio o le piccolissime particelle di sale. Nel frattempo trascorreva la notte, e all' avvicinarsi del giorno la strega doveva necessariamente sparire!
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I
rintocchi del campanile della Chiesa di Monte San Biagio danno la sveglia e la
buonanotte all' intero paese, segnano le ore e inondano di festa tutto il monte
e la vallata, restituendo ad ognuno di noi la giusta dimensione della propria
vita.
Le quattro campane in bronzo, le cui origini risalgono alla metà dell' 800, continuano ad esercitare il loro nobile servizio, incurante dello scorrere del tempo e dell' avvicendarsi degli eventi e delle generazioni: esse continuano a suonare con la stessa forza e con lo stesso entusiasmo di sempre. Suoneranno sempre le nostre campane...anche a "morto"… fin quando il cuore di un solo cittadino batterà, esse suoneranno sempre per annunciare lo scorrere del tempo.
I rintocchi abbreviati dei quarti d' ora servivano soprattutto a chi si doveva alzare prima dell' alba per andare al lavoro nei campi (tempo fa questa era la condizione comune di tutti) di cui quasi nessuno disponeva di un orologio da polso. Se i rintocchi del campanile fossero stati solo ogni ora il tempo tra un annuncio e l' altro sarebbe stato troppo lungo, nel frattempo, se non avevi sentito il precedente, eri nell' incertezza assoluta. Il rintocco del quarto invece fornisce un' idea più precisa e puntuale dell' orario…"quando la campana suonava solo ogni ora ricordava la nonna di mia nonna che una notte, non avendo udito bene l' ultimo rintocco orario del campanile pensò fosse quasi l' alba per andare a lavare a Portella…scendendo da Monte San Biagio dopo un' ora sentì il "tragico" rintocco delle 3 del mattino!…quel rintoccò portò una tremenda paura per la donna sola…proprio nell' ora del Lupo Mannaro ingannata dalla luce della luna piena pensando fosse l' alba"…
Le sonate (nella sequenza 1-12, 1-12 nell' arco delle 24 ore) dovevano piegarsi al ciclo naturale. Il tempo dell' orologio cominciava al tramonto con l' inizio della conta delle 12 ore notturne, proseguiva con la conta delle 12 ore diurne, terminando al tramonto del giorno successivo. Poiché il tramonto anticipa man mano che si va dal solstizio d' estate fino al solstizio d' inverno e ritarda passando dal solstizio d' inverno al solstizio estivo, dopo alcuni giorni bisognava regolare l' orologio, anticipando o ritardando la sonata della prima ora notturna. Alla regolazione e alla manutenzione era destinato un addetto, chiamato "temperatore" dell' orologio della Chiesa di Monte San Biagio, un tempo era il Signor B. Polidoro vecchio ed esperto orologiaio del paese.
Ecco un ricordo che ben raffigura il rapporto Orologio Chiesa - Piazza di Monte San Biagio:
"L' orologio del campanile nella piazza segna le 13... I rintocchi si spargono per i vicoli stretti, deserti, nell' ora in cui il sole infuoca le pietre lisce delle vie assolate nel centro storico, non si ode più alcun passo…solo l' odore di peperoni arrostiti alla brace uscente dalle cucine esposte sulla via del centro…. Il bar della piazza, il Bar Centrale, fino a dieci minuti prima, soffocato nel vociare degli uomini che giocano a carte, ha chiuso per la pausa, mandando a casa tutti i suoi avventori… ne rimane solo uno, a sonnecchiare, appoggiato al muro del bar con la sedia penzolante. Una cornice di un Monte San Biagio d' altri tempi avvolge il paese, situato su quel "Monticello" a vetta della trafficata Via Appia al passo di Portella…
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Abbiamo raccolto alcune tipiche superstizioni che un tempo esistevano tra gli abitanti di Monte San Biagio a dispetto della civiltà e del progresso, queste basteranno a dare un' idea della credulità che persisteva in tempi assai remoti...
Quando si sente cantare il gallo si avrà all' indomani tempo buono, se i canti sono di numero pari, pessimo se di numero dispari...
Se mangiando le fave crude si trova un baccello con sette fave è bene conservarlo, essendo una protezione contro le fatture...
Il voltolarsi sulla terra ai primi tuoni di marzo preserva da molte infermità...
Tagliarsi i capelli il primo o l' ultimo venerdì di marzo salva dai dolori di testa...
Quando alla sera si copre il fuoco si deve fare una croce sulla cenere affinchè il demonio stia lontano dalla casa...
Se un rospo vi guarda, vi verrà mal di testa...
Quando si suol dire che un bambino è bello o che una bambina è bella si deve aggiungere: "...che Dio lo benedica...", altrimenti gli si fa il malocchio...
Per preservare una casa dalle disgrazie giova mettere lumi accesi fuori dalle finestre nella notte dell' Ascensione: Gesù Cristo passerà a spegnerle...
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Il
ricamo è un arte antichissima e fu molto diffuso a Monte San Biagio,
artigianato tipicamente femminile spesso legato a tradizioni familiari. Nel
paese esistevano due categorie di ricamatrici:
- amatoriali, praticato un tempo da quasi tutte le donne del paese per l' arricchimento e la valorizzazione del corredo personale delle proprie figlie e di tutte le persone che a loro si rivolgevano per ricamare capi di biancheria;
- professionale, svolto da artigiane molto abili che producevano e vendevano su commessa.
Le scuole di ricamo erano curate dalle suore famose per la loro pazienza, abilità e precisione. L' arte del ricamo è profondamente ancorata all' abbellimento del corredo ossia dell' insieme della biancheria che le giovani spose portavano al marito: lenzuola, tovaglie, federe, centrini ecc.. Tutti i capi venivano rigorosamente ricamati con ago e filo utilizzando diverse tecniche di ricamo. I lavori spesso venivano creati con finalità di essere tramandati da madre in figlia, da figlia a nipote ecc..
Di questa tradizione oggi resta ancora forte il ricordo nostalgico delle allegre comitive di ragazze che con il telaio e l' ago erano solite riunirsi nei vicoli del paese e con l' impegno e allegria ricamavano sedute davanti i portoni delle proprie abitazioni. Alcune fotografie ricordo sono consultabili nella sezione "A scuola di ricamo...".
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Il
sarto era a Monte San Biagio una professione di alta specializzazione con cui si
confezionavano con grande abilità giacche e vestiti ai più facoltosi uomini
del paese o su commissione di qualche benestante di Roma.
I lavori di rifinitura, come asole, pieghe e bottoni venivano eseguiti dagli apprendisti che lavoravano a cottimo per il "mastro", in genere venivano anche affidati a donne che lavoravano nelle proprie case.
Il sarto prendeva misure, disegnava modelli, tagliava e montava le parti più delicate di un vestito coordinando il lavoro dei suoi collaboratori. Il sarto più rifinito era un vero e proprio artista creativo, dotato di inventiva e flessibilità, era capace di soddisfare le esigenze della clientela e di nasconderne i difetti fisici attraverso i modelli. Oggi a Monte San Biagio esistono ancora un paio di sarti rifiniti che continuano la loro professione confezionando abiti su richiesta dei figli di coloro che erano già clienti un tempo di quello stesso sarto, insomma esistono ancora sarti capaci di vestire la generazione da padre a figlio come dimostrano i capi di sartoria D' Annibale, Pernarella ecc..
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Fino a poco più di cinquant’ anni fa nel nostro paese strettamente legato alla produzione dell’ olio d’ oliva era la preparazione del sapone, il cui commercio era legato da precise regole mercantili stabilite addirittura negli Antichi Statuti e Consuetudini dell’ Universitas Monticelli e redatti sin dalla seconda metà del XVI secolo. L’ arte di confezionare il sapone era un’ attività molto antica e diffusa.
Per preparare la “lisciva” ci si serviva di alcuni prodotti naturali: cenere (quella più indicata proveniva dalla combustione di alberi di noce o di olivo) e calce; la cenere veniva mescolata con la calce in polvere in grandi vasi di terracotta, di circa un metro di diametro ed il tutto veniva battuto in continuazione, aggiungendo l’ acqua necessaria per amalgamare per bene cenere e calce. Il prodotto ricavato era la lisciva; poi si metteva a cuocere insieme a dell’ olio di oliva si girava e batteva il tutto con un pesto, aggiungendo di tanto in tanto dell’ acqua. Il prodotto ultimo era sempre la lisciva. Molte famiglie per ottenere un sapone di alta qualità e diverso da quello prodotto da altri usavano formule segrete custodite gelosamente e ancora oggi sconosciute. La cenere, fino agli anni ‘40-’45 del secolo scorso, era molto richiesta dai saponari; era frequente vedere in giro i raccoglitori o le raccoglitrici di questo prodotto, i quali con un asinello o con le bisacce a tracolla raccoglievano la cenere del camino o del braciere dalle massaie e si radunavano al grido di chi teneva cenere.
Chi forniva la cenere veniva ripagata da una “leccata” di sapone che gli addetti alla raccolta portavano stesa su una tavoletta di legno rettangolare con un lungo manico. Durante la Seconda Guerra Mondiale la produzione del sapone artigianale venne proibita dal Regime, perché l’ olio con cui si confezionava era richiesto per altri scopi. Tuttavia, questo prodotto, indispensabile per la pulizia personale e per lavare i panni, in particolare dei bambini, venne prodotto di contrabbando, in alcune abitazioni, ma soprattutto in campagna, anche di chi non era saponaro per mestiere: usando olio d’ oliva, soda caustica o cenere e farina si preparava il sapone che occorreva alla famiglia. Tale metodo di fabbricazione casalinga del sapone era articolato in una semplice successione di operazioni: si scioglieva la soda versandola nell’ olio, si aggiungeva man mano la farina, girando continuamente con un’ asta di legno per meglio amalgamare i componenti e creare una specie di “pasta” che si lasciava riposare per alcuni giorni e poi si tagliava a pezzi.
“Ricetta del sapone prodotto con metodi artigianali e naturali” secondo l' usanza di una anziana donna monticellana:
INGREDIENTI: 1) Cenere abbondante ripulita e setacciata (meglio se proveniente dalla legna di olivo); 2) Olio di oliva in quantità necessaria (anche forte); 3) Vaso di terracotta o recipiente in legno con un foro sul fondo.
PROCEDIMENTO: 1) Cenere abbondante ripulita da eventuali pezzetti di carbone; 2) Versare la cenere nel recipiente; 3) Versare dell’ acqua fredda molto lentamente e girare continuamente la poltiglia; 4) Raccogliere l’ acqua che esce; 5) Versarla in un apposito contenitore, aggiungendo l’ olio in quantità necessaria per far amalgamare il composto, in rapporto di 1 litro di olio ogni 5 litri di acqua filtrata (lisciva); 6) Mettere a bollire a fuoco lento; 7) Durante la bollitura mescolare il prodotto girando sempre in un senso. Quando il composto ha raggiunto una densità consistente, tipo crema pasticcera, spegnere; 9) Versare il composto caldo negli stampini.
N.B. Se alla fine il composto non risulterà molto denso, va fatto raffreddare, va versato in un grande contenitore e chiuso ermeticamente. Tale sapone, è adatto alle persone che hanno la pelle sensibile e soffrono di allergie ai saponi in commercio ai giorni nostri. A seconda del filtro che si usava sul fondo del recipiente si ottenevano diverse gradazioni di colore: per esempio, se si usava un filtro di stoffa, si otteneva un colore ambrato, mentre se si usava come filtro la paglia d’ orzo o di fieno, il colore del preparato era più dorato.
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Per trascorrere le serate in allegria, i giovani monticellani di un tempo formavano delle orchestrine, composte da un suonatore di chitarra, uno di mandolino e un batterista. Questa usanza si diffuse maggiormente dopo il ritorno a Monte San Biagio di qualche emigrato dall' America, dove aveva imparato ad usare questi strumenti, il quale, oltre a trasmettere la passione, impartiva anche lezioni di musica ai giovani volenterosi di apprenderle. E fu così che si formarono le prime orchestre.
I luoghi dove spesso si poteva ascoltare questa musica erano i saloni dei barbieri, in paese ricordiamo un bravissimo suonatore di fisarmonica tra l' altro lui stesso barbiere, l' indimenticabile "Tonino" barbiere della "Piazza". Infatti, non c'era a Monte San Biagio un salone che non avesse almeno una chitarra, inoltre i giovani che formavano queste orchestrine spesso venivano invitati dagli amici nelle trattorie ove, senza nessun compenso in denaro, trascorrevano delle belle serate e qualche "amore" verso qualche bella fanciulla monticellana "verace" a volte nasceva veramente. Ogni sabato sera, poi verso le 22:00 essi venivano impegnati dai giovani per portare le serenate sotto le finestre della propria "sposa" per cantare canzoni amorose. Bei tempi...indimenticabili!
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La
sera prima del matrimonio religioso, lo sposo portava la serenata alla sposa con
l' orchestrina e qualche bravo cantante. La mattina dopo, lo sposo accompagnato
dai genitori, dai parenti e dagli altri suoi invitati, tutti vestiti a festa, si
recavano in casa della sposa, dove già erano riuniti i parenti e gli altri
invitati della giovane. Mentre si aspettava che la sposa uscisse dalla stanza,
con l' abito nuziale, agli invitati venivano offerti gli mastacciuol' ed
altri dolci fatti in casa.Allo sposo era assolutamente vietato entrare nella
stanza ove la sposa stava indossando l' abito nuziale. La madre della sposa non
dimenticava di mettergli una forbice nella tasca della giacca contro i
"malocchi". Quando tutto era pronto, dietro gli sposi si formava un
piccolo corteo e si andava in chiesa.
Dopo la cerimonia, mentre gli sposi attraversavano le strade per tornare dalla chiesa alla casa, gli invitati gettavano riso e confetti in segno di buon augurio per la nuova famiglia.
Inedita e molto caratteristica è la foto di fianco riportata che si riferisce ad una manifestazione del Regime per cui il matrimonio veniva favorito con premi e le coppie venivano incoraggiate a sposarsi anche con cerimonia collettiva. Difatti l' avvenimento immortalato nella foto qui di fianco, è del 28 Ottobre 1934: proprio 21 coppie a Monte San Biagio parteciparono a questo matrimonio fascista. La fotografia è visibile anche nella sezione "Vecchie Foto" in "Momenti di vita...".
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