Monte San Biagio è un paese caratteristico per le vie strette a gradini acciottolati, per i suoi angiporti e portali dal sapore antico e dal silenzio misterioso. Sorge sullo sperone di Monte Calvo all' altezza di 133 metri sul livello del mare. Sembra un presepe, specialmente di notte, con la luce che trapela dalle finestre.

II paese si affaccia sul bacino Fondi-Monte San Biagio, sul lago dalle coste a seni e rientranze, sul mare e, nei giorni di sole, sulle isole Pontine. Lo sguardo spazia da Sperlonga a Canneto. Ai suoi piedi si snoda l' Appia e la linea ferroviaria Roma-Napoli. La stazione ferroviaria fu inaugurata nel dicembre 1921.

II paese è protetto a nord dai monti Ausoni. II suo territorio ha una superficie di ettari 6643 di cui 1853 di pianura, 1107 di collina bassa, 1576 di collina media, 1385 di collina alta e 722 di montagna. Possedeva vasti boschi di quercia, sughera, cerro, lentischio ed erica.
Del vasto patrimonio boschivo resta la sughereta di Villa San Vito di circa 300 ettari ed è unica nell' Italia peninsulare. La flora del sottobosco abbonda di varietà rare. Le più conosciute sono: lentischio, terebinto, mirto, lauro, corbezzolo, albero di Giuda (siliquastro), ginestra spinosa, erica arborea, erica scoparia, ginestrone, vitalba, salvia e biancospino. Dal bosco i monticellani ricavavano travi per il sostegno del tetto e del solaio, legna da carbone e da ardere.

Nel 1847 furono abbattute cinquecento querce "...nei boschi di questo comune denominato Vallemarino e San Vito per uso di costruzione servibili per i suddetti Reali Corpi di Artiglieria e Marina".

La contrada Vallemarina ha la forma di un imbuto ornata dai monti: Pilucco (m. 557), Santo Stefano (m. 528), Cervara (m. 532), AcquaSanta (m. 670), Romano (m. 863), Ciavolone (m. 710), Peschio (m. 844), Ceraso (m. 824), Tavanese (m .944), Fontana del Caprio (m. 708), Copiccio (m. 550), Campitelli (m. 426), Cima Pazzarelli (m. 511), La Guardia (m. 440).

Le zone con insediamento umano sono: Fontana delle Carceri, Epitaffio, Colle Cornacchia, Chivo, Colle del Fico, Selvotta, Colle Risi, Campo Donate, Campo Lungo, Grotte, Scorzaro, Valleviola.

Nel 1906 si diede inizio al traforo di Mont' Orso per la strada ferrata Roma-Napoli. L' imprenditore Carlo Pozzi di Albiolo assunse operai lombardi, piemontesi, marchigiani, romagnoli, abruzzesi, siciliani, sardi. La localita di Vallemarina raggiunse la cifra di oltre tremila persone comprese anche le famiglie di molti di questi operai.
II 12 febbraio 1911 nella galleria cadde l' ultimo diaframma, "Personaggi insigni; Deputati al parlamento, Senatori, Ingegneri, Autorità civili di vicino e di lontano vi parteciparono, e il solenne sontuoso banchetto fu tenuto presso la cava delle pietre nel luogo detto "La Marchesella" ".
Villa San Vito è protetta dai monti: Calvo (m. 565), Castellone (m. 538), Autone (m. 624), Monte della Fate (m. 1099), Fontana della Salvia (m. 807), Cavallo (m. 509), Sant' Angelo (m. 645), Madonna della Rocca o Monte Arcano (m. 557), Latiglia (m. 928).

Le zone con insediamento umano sono: Villa San Vito, Amerone, Campo Marinello, San Candido, Dupante, Vetica, La Vecchia.

Le principali sorgenti sono: San Vito, Portella, San Mauro, Fontana Cagnasino, Fontana dei Pezzenti, Fontana degli Ceschi, Fontana delle Carere, Fontana Luisa, Sorgente Galba, Fontana del Fico.

II paese confina con Terracina, Sonnino, Amaseno, Fondi, lago di Fondi. I confini furono tracciati nel 1690 dal "tavoliere" (ingegnere) della "Regia Corte" (Governo Spagnolo).

"Li confini di detta terra di Monticelli principiando dal lago nel confine del territorio di Terracina e saglie per il fosso sino alla detta torre di Epitaffio, dove nasce una sorgive d' acqua buona di qualità da detta Torre il confine saglie per la montagna del Vallo, bosco della Merla, ed il pozzo Santoro, acqua pendente segue per la montagna della fontana del Carpio, e per la Serra delli Palombi e monti di Fata, acqua pendente, e sino alla montagna, nella quale distanza vi confinano li territori di Terracina, Sonnino, San Lorenzo (oggi Amaseno) e Valle Corsa: e da detta montagna di monte Calvo tira a Sant' Angelo e Santa Maria della Rocca, e cala alla Fontanella di San Marco, ed esce dalla strada Appia da dove per dirittura va alla Rappa, e accosto al lago e per ripa di detto lago al fosso dove e principiato".

"Il monte delle Fate (m. 1099) è il più alto rilievo del territorio comunale; nel Medioevo era chiamato Dafati o Dofati. II suo nome originale era Tifata (come quello di un monte che si trova presso Capua), che deriva da una radice Tifa (forse Sannitica) il cui significato sembra essere zolla o monte".

II primo insediamento umano affonda le radici nella protostoria, quando gli uomini abitavano nelle grotte alle pendici della collina su cui ora sorge Monte San Biagio. Nel 1990 alcuni archeologici eseguirono degli scavi nella grotta alle Scalelle. Durante il paziente lavoro vennero alla luce resti di vasi neolitici ed ossa di individui vissuti settemila anni fa. Le ossa furono trasportate in un laboratorio di Roma e, composte, formarono due scheletri: uno di un uomo di circa sessant' anni, alto un metro e sessanta circa, l' altro di una donna di circa cinquant' anni, alta un metro e cinquantotto circa.
"Sin' ora l' unico rinvenimento di età neolitica conosciuto nel territorio circostante Monte San Biagio era quello segnalato dal De Rossi alla fine del secolo scorso (De Rossi 1867, p. 38 Tav. XXX-VII, 16) di un pugnale stiloide in silice da Terracina".

Di Monte San Biagio non si conosce con precisione la data della sua costruzione del primo nucleo di abitazioni negli anni dell' "incastellamento", gli fu dato il nome di Castrum Monticelli, più tardi Oppidum Monticelli Fundorum e poi Universitas Monticelli Fundorum, infine Monticello. II nome Monticello, forse, allude al piccolo monte su cui è stato costruito.

"La nascita del Castrum Monticelli può essere collegata tra la fine del X e la metà dell' XI secolo, periodo in cui si concluse il processo di formazione dei castra nel territorio del ducato di Gaeta. Appartenne al ducato di Gaeta, poi passò a quello di Fondi negli anni che vanno dal 935 al 950 e fu affidato a Marino I. La sua storia è legata alle vicende di Fondi sino al 1806, anno in cui Giuseppe Napoleone I concesse al paese l' automia amministrativa.

Il paese medioevale, chiuso dalle mura e dalle abitazioni, prima del 1935 era servito da tre porte. La principale, a mezzogiorno, era denominata Porta Sant' Antonio Abate ora Porta San Rocco. La seconda, Porta San Vito, a nord. Sino a pochi anni addietro si fregiava degli stipiti di pietra calcarea abbattuti nel 1960. La terza è detta Porta o Portone del Castello.

Nel 1937 terminò la costruzione del Viale Littorio, lungo cinquecento metri, largo dieci per la spesa complessiva di L. 265.000.

Dalla piazza Vernone, soprannominata "Piazza polmonite" inizia il Vernone, di età medioevale. E' una galleria irregolare di circa duecento metri. La luce che scende dai vicoli a gradini e quella che entra, dalle rade finestrelle, creano ombre che sanno di mistero antico.
Nell' aprile 1998 l' Amministrazione comunale ha fatto stonacare un tratto del Vernone, con inizio dalla piazza. Sono state messe a nudo le pietre usate per la costruzione della cinta muraria, le quali non sono di taglio, ma di spoglio o raccolte nei torrenti. E' stata portata alla luce un pezzo di storia.
Nel 1937 fu inaugurato l' Edificio Scolastico con adiacente la Palestra. Dopo la seconda guerra mondiale la Palestra fu data in affitto ed adattata a sala cinematografica gestita dal signor Biagio Polidoro. Quando cessarono le proiezioni delle pellicole la Palestra fu chiusa. II tempo e le intemperie la resero pericolante.

Reintegrata al municipio, l' Amministrazione comunale la fece demolire e nello stesso posto e, della stessa grandezza, è stato costruito un locale più solido ed accogliente. Diverrà la sede della Biblioteca e dell' Archivio comunale.
La prima rete fognaria fu scavata nel 1906 e negli anni 1934, 1935, 1938 fu servito tutto il paese. Per le fogne del 1938 si spesero L. 1. 295.000.
Il primo acquedotto fu costruito dalla Società delle Condotte d' acqua di Roma nel 1885. Fu incanalata la sorgente del Fico. L' acqua d' estate arrivava calda e poca, si pensò di allacciare la condotta alla sorgente Villa che alimentava un molino.

Nel dicembre 1901 il Consiglio comunale acquistò la sorgente ed il molino al prezzo di L. 20.000 dal signor Luigi Cardinale il quale, nel 1891 aveva acquistato all' asta, dal demanio dello Stato, presso la Pretura di Fondi, la sorgente, il molino ed un esteso pascolo adiacente per L. 10.000. A circa venti metri dalla sorgente principale fu costruita una piccola diga che formò un modesto bacino. L' acqua, costretta a scorrere tra due muri alti circa due metri, azionava una pompa idraulica aspirante e premente. Quella superflua straripava dalla diga. Nel capriolare emetteva suoni melodiosi.

La sorgente un tempo era cinta di sughere. Sulla riva sinistra del corso d' acqua vegetavano secolari gelsi. Per l' amenità del luogo fu coniato il toponimo "Paradise", attribuito poi alla piccola cascata oggi detta "La cascata del Paradise".

II 7 novembre 1860 le truppe piemontesi, con l' arrivo a Portella, Monte San Biagio, confine della Stato Pontificio, occuparono la Campania.
II Prefetto di Terra di Lavoro, invitò, con circolare del 14 luglio 1862 il Consiglio comunale a cambiare la denominazione al paese. Monticelli di Fondi si confondeva con Monticelli di Roccaguglielma, oggi Esperia, nella stessa provincia. II Consiglio comunale denominò il paese: Monte San Vito.

II ministro dell' Interno osservò, con nota del 30 novembre 1862 che Monte San Vito si confondeva con un omonimo in provincia di Ancona e consigliò i comunali di provvedere ad un altro nome. II Consiglio comunale, nella seduta del 20 dicembre 1862 decise per Monte San Biagio in onore al Santo Patrono. La delibera fu approvata con Regio Decreto il 18 gennaio 1863.

Anticamente Monticello si congiungeva alla strada Appia per una mulattiera "ripida e sassosa". Si saliva a piedi e con difficoltà. Gli uomini erano costretti a trasportare in paese sul dorso i prodotti della campagna, le donne in testa con il cercine.

Nel 1847 il re Ferdinando II decretò che l' incasso del dazio sul macinato de l' Universitas di Monticelli non doveva versarlo alla Reale Cassa ma spenderlo in opere pubbliche.

II Decurionato di Monticello, nella seduta del 19 settembre 1847 discusse e deliberò due progetti di opere pubbliche. II primo sistemare le fontane "… con i rispettivi piloni onde non far si disperdere le acque nell' estiva stagione …".

Le fontane erano: Fontana del Fico, della Salvia, del Caprio, del Pozzo Latino ed Imperiale.

II secondo tracciare un "... un braccio rotabile che conduce dalla Consolare all' ingresso dell' abitato, perché … dovendosi le vettovaglie, generi e tutt' altro necessario alla popolazione essere trasportato sul dorso degli animali e non degli uomini".

Nella seduta del 13 marzo 1851, il Decurionato deliberò la "strada rotabile", promossa sin dal 6 dicembre 1845, i monticellani, riuniti in pubblica piazza, giurarono, progetto approvato, di "... contribuire alla costruzione di tale lavoro si necessario a tutti e si utile ai poveri". L' Universita di Monticelli doveva solo provvedere alla spesa di ducati 716,60 per la perizia dei lavori come da stima " dell' artefice e perito dell' arte Fortunato Corina".

Nel 1856 il Decurionato di Monticello inviò al re Ferdinando II una lunga supplica affinchè autorizzasse l' apertura di una strada dalla Consolare al paese. Riportiamo solo due periodi della supplica: "SACRA REALE MAESTA', il Clero, il Decurionato e la popolazione del comune di Monticelli posto nel Circondario di Fondi, con voto unanime genuflessi dinanzi al Trono della Maestà Vostra fervidamente espongono che trovandosi la loro Terra situata come a tutti è noto, sopra la cima di un monte alpestre, a cui non è possibile l' accesso che per vie tortuose, ripide e sassone. Per ovviare ad un tal lacrimevole altro mezzo non rimane o Sire, che aprire un braccio di strada rotabile il quale dalla Consolare, porti alla sommità agevolmente e senza stento de' popolari ma piuttosto con fatica di giumenti e di carri".

Nella seduta del 9 agosto 1857 il Decurionato chiese al "re, Nostro Sovrano in Gaeta" di utilizzare il ricavo del taglio del bosco in contrada Cavone "… anzichè per la bonifica di alcuni fossi, per la strada".

Il 4 aprile 1860 il Decurionato si riunì nella sede comunale per ottemperare ad una richiesta dell' autorità superiore "... che desiderava conoscere le opere necessarie e utili al paese".
Il Decurionato si soffermò sul secondo ordine del giorno e decise: "... che i lavori da proporsi più necessari, ed indispensabili in questo Comune e la traversa, che mena alla strada Consolare, i cui progetti sono stati inviati ai rispettivi Superiori".
Dopo diciotto anni dalla prima proposta per la "strada rotabile", il 10 settembre 1863 il Consiglio comunale, "... all' unanimità nomina per Direttore della strada rotabile di questo Comune, l' ingegnere Signor Andrea d' Ettorre di Fondi conosciuto abile ad eseguire l' incarico che gli si affida".
Intanto, in attesa del progetto approvato dagli organi competenti, l' Amministrazione comunale, a proprie spese, iniziò a tracciare la strada.
Nella discussione del Consiglio comunale del 20 ottobre 1863 si mise in luce che per la "traversa rotabile" occorreva la somma di ducati diecimila, mentre la Cassa comunale ne possedeva soltanto seimila. Per sopperire agli altri quattromila ducati si deliberò di vendere la terza sezione del bosco a confine con lo Stato Romano, la quale "... e gremita di alberi d' ogni specie, quali offre la opportunità ai briganti d' annidarsi con sicurezza come han fatto per il passato".
Nel 1880 arrivò il progetto approvato. Si continuò con serenità a tracciare la strada e nel 1882 si inaugurò "... il tronco stradale dalla provinciale all' abitato, all' erario civico costò L. 67,520.

Negli anni che vanno dal 1950 al 1952 la strada fu potenziata specialmente nelle curve ed asfaltata. La bitumazione fu progettata già nel lontano 1923.

II Decurionato insistentemente chiese dal 1843 al 1863, la sistemazione dei fossi per lo scolo delle acque piovane e sorgive; il distacco dal Comitato di Bonifica di Fondi il quale non prese mai in considerazione le giuste richieste dei cittadini.

Nel tenimento di Fondi furono scavati nuovi canali tanto che nel 1815, per il fiume Ponte Selce, si spesero 17.000 ducati mentre "... nel paesello venivano inviate le bufale ad espurgare i fossi: fiume San Magno, fosso Portaturo, fiume San Vito, fosso Valco, fossellone del Golfo, fossella Cagnasino, fosso Solfatara, fosso Santissimo, fosso del Ponte del Pero, fosso della Valle, fosso Sant' Antonio.

Nel 1842 si scavò il canale San Vito Nuovo e non rese nessun beneficio perchè rimase abbandonato e non collegato con altri fiumi.ù

II Decurionato chiese il distacco da Fondi perchè dal 1811 al 1847, aveva versato alla Cassa di Bonifica di Fondi la somma di ducati 18.161,09 senza ricavarne benefici ed insistentemente ne chiedeva altri 13.000. Tale somma il Decurionato si rifiutò di versarla e si oppose al sollecito del re Ferdinando II.

La piana di Monticelli era invasa dalle acque stagnanti e la malaria imperversava. La battaglia cartacea tra i due Comuni si protrasse sino al 1864 e la parola Distacco è sola nelle pagine ingiallite delle delibere.

II Decurionato di Fondi scrisse che quello di Monticelli "... e di grassa ignoranza e di ostinato cicalare". II Decurionato di Monticelli scrisse "... ove i fondani non cessassero di assordare coll' antico rauco suono delle rane il beneplacito orecchio dei Superiori".

Nel 1933 fu ampliato il fiurne San Vito e poi sistemato nel 1966. Nel 1933 fu scavato il canale San Biagio e nel 1960 ampliato quello di Sant' Antonio. Nel 1981 terminò l' arginatura del lago lato Vallemarina e l' impianto dell' idrovora sotto Portella.
Gli statuti di Monticello, scritti in latino medioevale, sono costituiti di 114 capitoli o rubriche ed approvate dal feudatario Prospero Colonna il 14 ottobre 1591.
I capitoli stabiliscono le pene da infliggere a chi procura danni a cose, a persone o ad animali, ed il risarcimento con la pena pecuniaria.
Regolano la vendita delle vettovaglie, stabiliscono come e quando pulire davanti alla propria casa, tenere pulita la piazza e dove gettare le immondizie. Le infrazioni venivano subito giudicate ed il colpevole punito.
Le persone incaricate del controllo dei danni giuravano davanti al Consiglio della città di osservare e far osservare tutti i capitoli degli Statuti.
I tutori della giustizia erano: il "Capitano", il quale dipendeva direttamente dal Conte ed aveva la facoltà di punire gli ufficiali che non rispettavano gli Statuti e li sostituiva durante la loro assenza.
II "Baiulo" vigilava i danni arrecati nella campagna. Il "Frostero" vigilava per la campagna e riferiva le trasgressioni al notaio del "Baiulo". II "Viario" conciliava le liti sulla via e sui confini. Lo "Accattapani" controllava i pesi e le misure. Stabiliva i prezzi di vendita del vino, del pesce, della farina, del grano e dell' olio. Il pesce veniva venduto solo nel luogo stabilito.

II paese soffri per le continue visite dei briganti perchè era ai confini della "Terra di nessuno", tra Portella e l' Epitaffio, sino al confine con Sonnino ed Amaseno. Nella contrada di Vallemarina, pianeggiante, montuosa e boscosa, scorrazzavano e bivaccavano le bande dei briganti. Il luogo era idoneo alle imboscate, offriva nascondigli sicuri e possedeva sentieri aperti allo sconfinamento.

II 3 febbraio si festeggia il patrono San Biagio. Le specialità gastronomiche locali sono: il cefalo di lago arrosto con aglio, prezzemolo e peperoncino; salsiccia arrostita tipica di Monte San Biagio; spaghetti con le olive della Costarella; zuppa di fagioli con l' occhio (dolico); frittata di cipolle locali; pizza alla bietola, cotta al forno a legna.

Dal punto di vista igienico le condizioni Sanitarie sono ottime. II clima mite d' inverno è molto asciutto e fresco d' estate, per cui il paese offre le garanzie di una villeggiatura serena.

C' ERA UNA VOLTA LA CHIESETTA DI SAN BIAGIO

Non si conosce la data precisa della sconsacrazione della chiesa rurale. Era a mano sinistra per la strada che sale al paese là dove inizia la via per Cagnasino. Era sfiorata dalla Via Vecchia, la quale, nel Medioevo era conosciuta con il nome di "Via dei Romei".

La zona circostante la chiesa, tutt' ora è chiamata San Biagio. A pochi metri dall' antica porta della chiesa rurale vegetava una secolare quercia. Alcuni anni addietro, nello scalzarla, per abbatterla, a circa un metro di profondità affiorarono resti di ossa umane consumate dal tempo. Per recuperarle e dar loro degna sepoltura, si ampliò lo scavo; venne alla luce una fossa comune. Furono raccolte le ossa, i crocifissi corrosi, i grani di osso e di vetro dei rosari e le monete incrostate di ruggine. Si riempirono vari sacchi i quali furono trasportati al cimitero ed inumati.

Le sepolture non furono più in uso nelle chiese o nel terreno attiguo, quando in Italia, il Testo unico delle Leggi Sanitarie ed il Regolamento di Polizia prescrissero che i cimiteri dovevano distare dall' abitato, in terreno asciutto, recintato da un muro alto non meno di due metri e cinquanta centimetri.

II 6 giugno 1599 la chiesa di San Biagio fu visitata dal Vescovo Giovanni Battista Comparini, della diocesi di Fondi.

In quel tempo era coperta di tegole, il pavimento devastato. Sul tetto si innalzava un piccolo campanile a vela con una modesta campana priva di fune. L' immagine del Santo era scolpita nel legno mentre l' altare era senza tovaglia. Possedeva molti tomoli di terreno nei pressi della chiesa ed altrove. Fu eretta, si ipotizza, intorno al 1100. Dal 1308 al 1310 pagava la decima di sei tari.

Da un appunto di monsignor Innocenzo Angeloni, arciprete di Monte San Biagio nella prima metà del Novecento, riportiamo: "Si aggiunge che monsignor Comparini in quella nota, cioè nella Sacra visitatio del 1599 parla della Santa visita fatta alla chiesa di San Vito ... alla chiesa di San Biagio ai pie' del monte. L' una e l' altra ora non esistono; dell' ultima, però ricordo i muri cadenti, con qualche pittura d' affresco di nessun' importanza, colle vestigia del campanile; di questa ora però è sparita ogni traccia essendosi restaurata ed adibita ad uso stalla e fienile e ne è proprietario il signor Gennaro Mansillo".

CHIESA DELLA MADONNA DELLE SPIAGGE O DELLA MERCEDE

E' sul ciglio della strada che sale a Monte San Biagio, a mano sinistra, tra la seconda e la terza rampa.
C' era una volta un arco a botte, davanti la chiesa, il quale sorpassava ed ombreggiava quel tratto di strada. I tedeschi lo demolirono dopo l' otto settembre 1943 perchè di intralcio ai mezzi pesanti.
Di fronte alla porta c' era un sedile di pietra, dove alcuni cittadini sedevano e recitavano il rosario.
Si tramanda che in origine era una edicola commissionata, per voto da un monticellano fuggito dalla schiavitù corsara.

La sua costruzione si deve alla generosità della signora Anna Recchia fu Cesare e di Auria Recchia la quale, nel 1649, vendette una casa a Loreto Rinaldo, dietro il consiglio di un sacerdote dell' ordine della SS. Vergine della Mercede, istituito nel secolo XIII da San Pietro Nolasco, il ricavato lo devolse per edificare la chiesa.

Sopra l' altare si nota il quadro, olio su tela, di Domenico Teseo. La Vergine è seduta con in braccio il Bambino che regge il mondo nella mano sinistra. Alla destra della Madonna San Pietro Nolasco inginocchiato. A sinistra San Pasquale Bajlon che regge nella mano sinistra l' ostensorio. Ai piedi dei due Santi si notano catene spezzate.

Sopra l' architrave della porta esiste un' altra pittura. Nei colori sbiaditi si notano la figura della Madonna in alto e sotto immagini di schiavi che spezzano la catena.

II campanile è a vela. Sul bordo della campana si legge: A.D. MDCCXXIII (Nell' anno del Signore 1723).

Aderente allo stipite di destra è murata l' acquasantiera da anni orfana della carezze e tinta di polvere. La chiesa è chiusa al culto per restauro.
Ad essa apparteneva il terreno denominato Selvotta (Vallemarina) alla dipendenza della congregazione di Carità.

Nel 1908 il Municipio di Monte San Biagio acquistò la Selvotta. La festa si celebrava il 24 settembre.

IL MUNICIPIO

II paese non possedeva un vero Palazzo Municipale. Gli Amministratori decisero di farlo costruire sulle spalle della chiesa di San Rocco.
II 7 gennaio 1877 il notaio Carlo Buttaro stese il rogito fra il Municipio e la Congregazione della Carità, custode dell' immobile. L' Amministrazione acquistò la soffitta dietro autorizzazione del Regio Decreto in data 6 novembre 1876. Fu nominato progettista l' ingegnere ed architetto Andrea d' Ettorre di Fondi. Il Municipio fu inaugurato nel 1881.
Gli stipiti del portone, di bella presenza, sono di pietra calcarea locale, quelli delle porte laterali sono modesti.
Sulla chiave di volta, del portone centrale, è scolpita la civetta, primitivo stemma di Monticello. Essa è il simbolo di Atene ed è stata raffigurata sulle antiche monete greche.

Sulla facciata è murata una lastra di marmo che ricorda il 18 novembre 1935, quando cinquanta nazioni misero le Sanzioni all' Italia per aver invaso l' Etiopia.

II 18 gennaio 1935 il podestà Ferdinando Parisella chiese all' Archivio di Stato di Napoli una copia dello stemma municipale. II 29 gennaio 1935 pervenne lo stemma richiesto "... raffigurante un' aquila a volo spiegato su tre cime di monte: che detto stemma venga prodotto nel Gonfalone del Comune nei colori verde oliva e rosso amaranto, come da bozzetto".
La parte rocciosa,  prospiciente il Municipio, dove sulla nuda roccia,  salgono allineate case di varie epoche, nell' aprile del 1998 l' Amministrazione comunale l' ha fatta rivestire a nuovo.

CHIESA RURALE DI SAN ROCCO

E' ad una navata divisa in due campate con volte a crociera. C' è l' altare e l' acquasantiera. La campana è senza iscrizione, però, al centro è riprodotta l' effige della Vergine a tutto rilievo.
La statua di San Rocco il giorno 14 agosto veniva trasferita, in processione nella chiesa parrocchiale. II giorno 15, dopo il panegirico in chiesa e la processione per le vie del paese, veniva riportata nella chiesetta.

Oggi vi sono due statue di San Rocco. Una molto antica di legno restaurata nel 2000; l' altra recente di ceramica. La prima ha sostituito Santa Filomena nella chiesa madre; la seconda è stata portata nella chiesetta di San Rocco.

Il 6 giugno 1599 la chiesa fu visitata dal Vescovo di Fondi monsignor Comparini, nella sua visita pastorale a Monticelli di Fondi, e la trovò in buone condizioni. Sopra una parete era dipinta l' immagine di San Rocco. 

Più sopra il Crocifisso, con a destra l' immagine della Vergine, a sinistra Maria Maddalena.

Possedeva 32 terre di estensione non precisata e due luoghi con gli ulivi. Fu costruita intorno al 1500 in occasione della peste.

LA PORTA DEL CASTRUM MONTICELLI o PORTA SAN ROCCO

E' a pochi passi dal Municipio. Fu restaurata nel 1755. Sulla chiave di volta dell' arco che guarda mezzogiorno sono incise le iniziali di Gesù di Maria e della Maddalena. Sotto vi era un chiodo al quale, forse, si appendeva la gabbia di ferro con la testa del condannato a morte.

Il 3 febbraio 1806 i francesi rioccuparono il Regno di Napoli. All' inizio di detto anno, a Monticello, in circostanze misteriose morì un omicida. Gli fu recisa la testa, che, messa nella gabbia, fu appesa al chiodo.
I francesi occuparono Portella. Il Decurionato di Monticelli pensò di togliere la gabbia con la testa "... si crede bene di toglierla di la appunto per non dare a divedere ai francesi e dar loro motivo di sospettare essere questo un paese di briganti, e cosi evitan all' istesso tutte quelle misure e sevizie che gli avrebbero perciò usate infallibilmente contro".

Sotto l' arco della Porta San Rocco, a sinistra, si ammira nella sua integrità il Vicolo Mario Cardinale, già via Castello, poi via della Lamia e prima ancora via dell' Ospedale, perchè di là si andava al piccolo Ospedale dedicato a Santa Maria Maddalena. L' Ospedale era composto di due comode camere, di una cucina e di una sala.

CHIESA DI SANT' ANTONIO ABATE

Dalla porta San Rocco la via sale sotto una volta a botte sin oltre la disusata chiesa di Sant' Antonio Abate. Sul portale di pietra c' è la lunetta, una volta conteneva l' affresco di Sant' Antonio. Sulla facciata visibile, di pietra scalpellata, si ammirano due finestrelle ad arco acuto. La chiesa possedeva un' altra entrata. Vi si accedeva dal vicolo Mario Cardinale.

"Era una dei belli e dei più importanti edifici degno di stare nelle maggiori città. Tutta di stile gotico solido e semplice; le sue mura costruite di pietra scalpellata con finestre aguzze, che danno un meraviglioso effetto e movevano gradatamente alla devozione. Aveva due porte, l' una sul lato orientale, ch' era la principale, e l' altra al lato opposto ossia occidente, e sopra di essa la solita Icona coll' immagine del Santo dipinto a fresco. Sugli architravi delle medesime scorgevasi rilevato nella pietra il T (segno tau, lettera greca) cioè la Croce di cui va fregiato Sant' Antonio. Alla seconda di detta porta si saliva alla chiesa per una gradinata di sei gradini tutti parimenti di pietra; e nel piano avanti dalla stessa era una sepoltura, ove dicesi si tumulassero i corpi dei bambini morti senza battesimo".

II 6 luglio l599 fu visitata dal Vescovo Comparini che la trovò in buone condizioni. Rimase aperta al culto sino all' anno 1806. Ora è adibita a civile abitazione. Chi sale per via Risorgimento, già via della Mensola, a mano sinistra incontra via delle Rose tutta a gradini di pietra locale. Per chi prende via delle Rose, raggiunto lo spiazzo pieno di luce e di sollievo può distribuire lo sguardo sulle facciate delle antiche case. Nel silenzio delle porte e delle finestre è rimasto il sussurro delle donne.
Dallo spiazzo partono due vie; una si dirige verso via Cristoforo Scacco, già via dell' Irto; l' altra a ripidi gradini, s' immette nella piazza del paese.
In un angolo dello spiazzo c' era il forno. Per accedervi si saliva una scala di pietra locale. Ora il locale è stato trasformato in una stanza.
Sull' antico forno pesano gli anni. Appartenne alla canonica della chiesa di San Giovanni Battista. Tuttora il locale viene chiamato "il forno della canonica".

La Corte di Monticelli possedeva il forno fuori le mura del Castello "dove si dice lo Melgranato". "Nel paese medioevale c' erano due forni. Tra i gestori dei forni, intorno al 1530 sorse un contenzioso perchè ognuno mirava ad accrescere il numero dei clienti per aumentare l' utile. La causa terminò con la sentenza del 14 luglio 1533 in cui si stabiliva quali cittadini dovevano cuocere il pane al forno della Corte e quelli della Canonica".

CHIESA DI SAN GIOVANNI BATTISTA

La prima costruzione della chiesa di San Giovanni Battista probabilmente è del secolo VII.
Nel 1727, per espresso desiderio del Capitolo parrocchiale e del Decurionato dell' Universita di Monticelli, iniziarono i lavori di rifacimento totale della chiesa, terminati nel 1748.
Sull' architrave del portale è inciso: Ecclesia collegiata Sancti Johannis Baptistae terrae Monticelli, Anno Domini MDCCXLVIII.
(Chiesa   collegiata   di   San   Giovanni   Battista   della   terra   di   Monticelli. Nell' anno del Signore 1748).

Al centro dell' architrave è scolpito a rilievo lo stemma del Santo: "L' agnello con la bandiera".

"Il piazzale della chiesa era un luogo d' immondezza, specialmente negli angoli del muro di cinta, come era pure per i monelli il luogo di passatempo in tutte le ore del giorno.

Questo Piazzale serviva altresì per tenervi al sole grano umido fagioli non abbastanza secchi, cartocci di pannocchie di granoturco, disseccarvi conserve di pomodoro ecc. ... e solo nel marzo millenovecentoquindici, ci riuscì poter chiudere quest' ante entrata della chiesa con un cancello di ferro battuto con guarnizioni di ferro fuso. La spesa sostenuta fu complessivamente di Lire trecentoventi e centesimi venticinque".

L' interno, ad una navata con la volta a tutto sesto, possiede otto cappelle: quattro a destra e quattro a sinistra della navata.

Nella prima cappella a mano destra, l' acquasantiera, più avanti la porticina per salire all' organo ed al campanile.
Nella seconda, sulla parete centrale, la nicchia con la Beata Vergine. Sulla parete di sinistra, la nicchia con Sant' Antonio da Padova in quella di destra San Rocco. Nella terza, sopra un piccolo altare, la nicchia con il busto di San Biagio, fuso nel 1747.
La cappella è protetta da una balaustra di marmo con il cancelletto.

"Nella prima quindicina di giugno corrente anno 1916 acquistammo dalla ditta D' Angelo a S. Chiara di Napoli, una balaustra di marmo con relativo cancello. Venne a metterla in opera lo stesso marmista venditore. La somma occorsa per l' acquisto pel trasporto e per la messa in opera raggiunse la cifra di lire trecentonovantacinque".

Nella quarta, dentro l' urna, al di sopra dell' altare di marmo policromo, sono custodite le spoglie mortali di Sant' Innocenzo. Sopra l' urna e fissato alla parete il quadro "La famiglia di Gesù", olio su tela cm 164x120 di Giuseppe Astarita,1746, restaurato nel 1978 da Gianfranco Pizzinelli.

Raffigura Gesù benedicente sormontato dallo Spirito Santo. Alla sinistra del Cristo stanno San Giuseppe che regge il bastone fiorito e la Vergine in atto di preghiera. Alla sinistra Sant' Anna e San Gioacchino. In basso, al centro, due putti alati.

Nel 1914 fu aperta la porta della cappella di Sant' Innocenzo alla Sacrestia. "L' armadio che occupava la parte dove fu praticata la porta venne trasportato alla parete opposta. Notiamo che il bancone di quest' armadio sovrapposto fu fatto dopo la metà del secolo scorso, ed il Rev. Canonico D. Odorisio Pernarelli, che ebbe il pensiero, fece mettere a ricordo il suo nome sulla faccia sotto la cornice".

Anno  Domini MCMXIV,   reverendus  dominus  Odorisius Pernarelli, canonicus poenitentiarius basilicae, fecit.

(Nell' anno del Signore 1914, il reverendo don Odorisio Pernarelli, canonico penitenziere della Basilica, fece).

In cima all' armadio vi sono due busti lignei del 1400: San Pietro e Sant' Andrea.

Dalla sacrestia si accede al lavabo, sul quale è inciso: "Qui mundus est rectum opus eius. Prov. XXI - A. D. 1737.  (Chi è puro la sua opera è giusta. Proverbi. XXI. Nell' anno del Signore 1737)".

"Con un tramezzo a mattoni separammo il vano di questo sottotetto dal passaggio che si osserva dal Lavabo al cosi detto cimitorio. Dalla finestra che aprimmo si gode uno splendido panorama che si allarga tra Sperlonga e Terracina, mentre poi l' orizzonte si perde lontano sul mare dietro le isole pontine, nelle limpide giornate si delineano spiccate tra il mare e il cielo".

Il "cimitorio" era una grande fossa, la botola chiusa da una pietra con un anello. In essa venivano gettati gli individui che morivano di morte naturale. Tale pratica esistette sino a quando non fu costruito il cimitero che fu proposto con delibera del 23 ottobre 1863.

Nella prima cappella, a mano sinistra, si nota il Battistero. E' una vasca di marmo di età, forse romana, proveniente dai ruderi di una villa patrizia.

Essa poggia sopra mezza colonna sulla quale è inciso il numero LXXI, forse la colonna miliare, una volta sita nelle vicinanze di Portella. E' fissata nel pavimento alla rovescia.

Nella seconda cappella si ammira il quadro Gesù deposto dalla Croce, olio su tela, di autore anonimo del 1700. Rappresenta la Madonna seduta che tiene sulle ginocchia Gesù. A terra, vicino al braccio penzoloni di Gesù, giacciono tre chiodi, una tenaglia e la corona di spine. La pia donna a sinistra, inginocchiata, con i biondi capelli sparsi sulle spalle, bacia il dorso della mano di Gesù.

Nella terza cappella tre nicchie sono custode di tre statue. Sulla parete di centro, nella nicchia, abbiamo Cristo, in quella di sinistra Santa Rita e a destra Santa Lucia.
Nella quarta cappella, al di sopra il piano dell' altare di marmo policromo, il quadro "Madonna con il Bambino" olio su tela, cm. 230x157 di autore anonimo, restaurato nel 1976 da Gianfranco Pizzinelli.
La Madonna indossa un manto azzurro e sulle ginocchia regge il bambino Gesù. Alla destra della Madonna San Domenico in atto pensoso che guarda il rosario che la Madonna gli fa scendere sul palmo della mano sinistra mentre nella destra ha un giglio e un libro.
Dietro San Domenico si vede Santa Caterina da Siena. A sinistra San Tommaso che incrocia le braccia sul petto e volge lo sguardo alia Vergine. Alle spalle un angelo che regge fra il pollice e l' indice, il cingolo.
Il quadro è circondato da dieci quadretti ovali che rappresentano la passione di Gesù. Un quadretto è stato trafugato.
Sia l' altare maggiore che i due nelle cappelle laterali sono di un marmorario Astarita della scuola napoletana del '700.

Ai piedi del coro ligneo una lastra di marmo bianco, cm. 65x65, chiude la tomba della famiglia Scacco. Sopra sono scolpite: una stella, due campi a scacco e l' iscrizione:

Memorare novissima tua. Dominus Evangelista Scaccho de Monticello utriusque iuris dor canonicus salernitanus. Fecit, Anno Domini MCCCCC. Indictione III.

(Ricordati della tua fine. Don Evangelista Scacco di Monticelli, dottore nell' uno e nell' altro diritto, canonico salernitano, fece. Nell' anno del Signore 1500, terza indizione).

Sopra al coro ligneo il polittico "Lo sposalizio di Santa Caterina", olio su tavola, cm. 277x180, di Cristoforo Scacco, del 1500.

Sulla pala centrale è raffigurata la Vergine che fissa la figura di Santa Caterina d' Alessandria d' Egitto. La fanciulla ha una espressione mistica per l' anello nuziale che il Bambino lo infila al dito.
Santa Caterina poggia un ginocchio a terra mentre l' altro è sollevato. Il manto che indossa è decorato in oro all' esterno e porporino all' interno. Il sacerdote inginocchiato è Evangelista Scacco, forse congiunto del pittore, che commissionò il polittico.
Nella pala destra è dipinto San Giovanni Evangelista. La veste, quasi succinta, gli si raccoglie più stretta sul petto. Con l' indice ed il pollice della mano destra stringe la penna. Con la sinistra regge il Vangelo sul quale si osserva un calice.
A sinistra San Giovanni Battista dal volto scarno, con sulle spalle un vello. Con l' indice della mano destra mostra ai discepoli Gesù. Tra il braccio ed il petto poggia l' asta della bandiera. Nelle pieghe del drappo si legge: Ecce agnus dei. (Ecco l' agnello di Dio).
Con la mano sinistra regge un libro chiuso sul quale si osserva una coppa. Ricorda quella che riempì nel fiume Giordano per il battesimo di Gesù.

Nella predella è dipinta l' ultima cena. Nel timpano è raffigurato il transito di Maria Immacolata, la quale sul letto, è circondata dagli Apostoli. Ai piedi del letto si vede una figura sdraiata con una serpe attorcigliata al collo.

La cornice del polittico è costituita di due colonnine dorate sul fondo nero. Poi viene lo stemma dello Scacco: uno scudo. La diagonale divide due scacchiere in bianco e nero. In un angolo il sole, poi l' iscrizione dedicatoria, la data e il nome dell' artista.

Dominus Evangelista Scaccho de Monticello, utriusque ìuris doctor, canonicus, / salernitamis, fieri fecit. Anno Domini MCCCCC, indictione HI. Cristtophorus Scaccho de Verona pinxit.

(Don Evangelista Scacco di Monticelli, dottore nell' uno e nell' altro diritto, canonico salernitano, fece fare. Nell' anno del Signore 1500, indizione III. Cristoforo Scacco da Verona dipinse).

L' organo collocato in cantoria sull' ingresso principale della chiesa è datato 1752. La cassa di legno è fregiata di ornamenti stile barocco. Furono utilizzati pezzi di un organo più antico. L' autore è anonimo.

Nell' Archivio della chiesa di San Giovanni Battista in Monte San Biagio, nel libro dei verbali si legge che il 30 agosto 1751 don Giampaolo Parisella espresse il seguente desiderio: "Essendosi considerato in questa chiesa si rifaccia un organo per la maggior gloria di Dio e decora di essa: per tale effetto si è proposto dal Reverendo arciprete si faccia di spesa capitolarmente nel modo deliberato ...".

Un giorno del 1752, con alcuni amici, Giuseppe partì alla volta di Napoli in cerca di fortuna. "Fatta la metà del viaggio, Iddio lo arrestò disponendo, che giunto a Monticelli nei confini del Regno presso Terracina, fosse coi compagni richiesto dagli amministratori di quella chiesa, di fare in essa una nuova orchestra. Fu accettata la partita, e si diede principio al lavoro colla dovuta premura a maestria".

La cantoria fu rifatta dal laico Giuseppe della Presentazione, di cognome Martini, nato a Montefiascone nel 1731, avviato dal padre ad apprendere l' arte di falegname.

Nella seduta Capitolare del 23 giugno 1753 si legge: "Ritrovandosi aver fatto la spesa dell' organo et orchestra (da intenderci cantoria) dal capitolo nella somma di quattrocento e dieci docati e affinché nel sonare in occasione dei morti non sortiscono disturbi si è stabilito di far pagare carlini dieci a chi lo domanderà".

Il 3 settembre 1856 un fulmine devastò l' organo. Per ripararlo il Decurionato deliberò, nella seduta del 12 dicembre 1856 di chiedere, a Sua Maestà Ferdinando II un contributo di quattrocento ducati. Fu riattivato nell' anno 1858 da Antonio Pirollo e da suo figlio Benedetto, come è scritto nel somiere. Un altro restauro avvenne nel 1880 ad opera di Severino Martino da Campi Toscano.
Nel 1976 l' organo, per l' interessamento dell' arciprete don Giuseppe di Fazio, a cura della Sovrintendenza alle Gallerie e alle opere d' Arte Medioevale e Moderne per il Lazio, sotto la direzione della dottoressa Luisa Cervelli fu restaurato dalla ditta Alfredo Piccinelli di Padova ed inaugurato il 25 giugno 1977.

Pur non potendosi chiamare un grande organo, ha un timbro di suono meraviglioso, potente e delicato nello stesso tempo. E' fornito inoltre, cosa veramente caratteristica, di un sistema di 223 campanelli quanto mai armoniosi e squillanti.

Il campanile s' innalza alla sinistra della chiesa. La base è costituita da un fornice a tutto sesto dal quale si accede alla canonica. Nello stipite sinistro è murato un concio con inciso: Bono reìpu / blicae nato. (Nato per il bene della repubblica).

Sotto è scolpito, poco marcato: A. D. 1726, forse l' anno del ritrovamento del cubo, parte di una statua romana o dell' idea del rifacimento totale della chiesa, il cui inizio avvenne l' anno successivo. Nell' angolo dell' altro stipite la colonna miliare LXXI sulla quale è inciso

IIII
IMP. CAESAR
M.AURELLIUS ANTONINUS
INVICTUS PIUS FELIX AUG.
PART. MAX. BRIT. MAX. GERM..
MAX.   PONT. MAX. TRIB. POTEST.
XVIIII IMP. in cos. un PROC.
VIAM ANTE HAC LAPIDEAM
INUTILITER STRATAM ET
CORRUPTAM SILICE NOVO
QUO FIRMIOR COMMEANTIBUS
ESSET PER MILIA PAS
SUM XXI SUA PECUNIA FECIT
LXXI

(IIII. L' imperatore Cesare / Marco Aurelio Antonino / invitto, Pio, Felice, Augusto / partico massimo, britannico massimo, germanico / massimo, pontefice, insignite delle potestà tribunizie per la diciannovesima volta, imperatore per la terza volta, console per la quarta volta, proconsole a sue spese fece costruire con nuova selce, per un tratto di ventuno miglia, questa strada finora inutilmente lastricata in pietra e dissestata, affinché fosse più solida per i viandanti. LXXI).

Al centro della torre campanaria fanno bella vista, il quadrante dell' orologio, rinnovato nel 1888 e la campana che batte le ore, situata all' inizio della cuspide.

Il 22 marzo 1826 il Decurionato di Monticelli si riunì per provvedere alla riparazione della cassa dell' orologio devastata dal turbine nel dicembre 1825. Deliberò anche la riparazione del tetto della chiesa, in cattive condizioni sin dal 1815, per evitare che le piogge continuassero a bagnare gli altari. Nella cella campanaria penzolano, da robusti sostegni di quercia, quattro campane. Sulla prima è scritto a rilievo la seguente frase:

Dat Battista sacer nomen mihi, Blasius auget. Ille praeit verbum. Canit hic. Ego convoco gentes. A. D. 1715. Opus Laurenti Marinelli Anglonensis.
(Il Santo Battista mi da il nome, Biagio lo accresce. Quello precorre il Verbo, questi lo esalta, io chiamo a raccolta le genti. Nell' anno del Signore 1715. Opera di Lorenzo Marinelli di Agnone).


Sulla seconda: Questo sacro bronzo più volte fuso / strinse maggiormente i fedeli di Monte San Biagio / alla fede di Cristo mercé l' opera instancabile / dell' arciprete parroco don Emilio Vicini / coadiuvato dal comitato feste e dal popolo /. Questa fede rimarrà sempre vivissima quale / eredità delle future generazioni /. Anno Domini 1947. Francesco Lucenti fuse in Roma.

Sulla terza: Chiesa collegiata recettizia numerata / e parrocchia di San Giovanni Battista / in Monte San Biagio (Latina). / Anno Domini 1947. Arciprete don Emilio Vicini. / Francesco Lucenti fuse in Roma.

La quarta, la minore non possiede iscrizioni. Dal popolo è denominata "San Gioacchiniello" forse in onora del Santo raffigurato in due quadri esistenti nella chiesa in Monte San Biagio, oppure per la devozione del popolo al Santo.

Il 21 gennaio 1988 la campana datata 1715, fu sostituita da una nuova e la "vecchia campana storica" venne relegata nella seconda cella campanaria.

Sulla nuova campana la scritta: Quod Mariae Virgini dicatum aes glorium canit eius et amorem. A.D. MCMLXXXVII, Joseph di Fazio F.F., Francesco Lucenti fuse in Roma.

(Il bronzo consacrato alla Vergine Maria ne esalta la gloria e l' amore. Nell' anno del Signore 1987, Giuseppe di Fazio fece fare, Francesco Lucenti fuse in Roma).

Il 6 giugno il Vescovo di Fondi, Comparini vi si recò in visita pastorale. Allora la chiesa era coperta di tegole, la capriata sostenuta da due archi, il pavimento lastricato e ben conservato.
C' era il pulpito con una piccola Croce e c' erano due confessionali. Le cappelle erano: Santa Maria del Rosario coperta dal tetto e custodita dalla Confraternita del Rosario.
San Giovanni Evangelista chiusa da una balaustra con cancello di legno ed il soffitto affrescato con varie immagini di Santi. La Vergine era dipinta sulla parete al di sopra dell' altare vicino al quale, a mano destra, per una porticina si entrava in una stanza dove i confratelli lasciavano le vesti.

San Sebastiano dalla volta con immagini di Santi. La cappella era di proprietà dell' Università di Monticelli.

Santa Caterina che possedeva al statua della Santa.

San Nicola con immagini dei Santi il Santo era dipinto sulla parete.

Santissimo Sacramento dell' Eucarestia prima che passasse alla Confraternita del Sacramento, vi si conservava l' Eucarestia.

Nell' Apprezzo dello Stato di Fondi del 1690 è descritta "... la chiesa madre sotto il titolo di San Giovanni Battista consiste in una nave coverta a tetti con due archi di fabbrica nel mezzo, in testa la quale, ci è l' altare maggiore, con il tabernacolo, dove si tiene il SS. Con due statue alli lati, una di San Giovanni Battista e l' altra di San Sebastiano ...".

Nel 1910 come dalla data incisa su pietra nell' entrata, fu rifatto l' intero pavimento grande della Chiesa, il pavimento alla cappella di S. Giovanni Evangelista, all' altare dell' Addolorata, al Battistero ed alla cappella senz' altare, dove è praticata la porta di accesso al campanile.

LA CASA DELLA CORTE: UNIVERSITÀ DI MONTICELLI

La Casa della Corte è a levante del paese è detta la Elia. Il toponimo Elia ha origine, per aferesi ed epentesi, nella dizione locale 'Ieia" (giuggiola comune o zizzola (Spina giudiaca)).
L' albero di giuggiolo vegetava, quasi al centro del largo, tra l' abitazione della famiglia Cardinale e quella della famiglia Parisella.
Quando gli amministratori del Municipio pensarono di collocare una fontana pubblica nel largo, fu sfrattato il giuggiolo ed il sito fu abitato dalla fontana.
La sostituzione del giuggiolo con la fontana mi fu raccontato dal veterinario Giuseppe Faragnoli al quale lo raccontò suo padre Luigi. Il Faragnoli rivestì anche la carica di sindaco e di assessore Provinciale.
La Casa della Corte aveva due ingressi. Uno dava l' accesso al pianterreno, l' altro, per una scala a gradini, al primo piano. Quest' ultima è stata murata da poco. Si nota, oltre la chiave di volta, una lapide calcarea sulla quale si ammira a rilievo un ramo di ulivo stretto nel pugno della mano sinistra ed in calce è scolpito la seguente epigrafe: Nuntia diluvi / o pacati numinis arbor / insigne est alee/prò sapientibus donnis.
(L' albero di ulivo, nunzio del Dio placato dal diluvio, è l' insegna della Casa per i sapienti).

Nella piazzetta del paese si ammira il portico stile gotico dell' abitazione di Cristoforo Scacco, pittore del XV secolo. Il cardinale Giovanni Colonna donò allo Scacco venticinque vani situati nei pressi dell' abitazione del pittore.

IL CASTELLO

Non conosciamo il periodo a cui risale il Castello, il cui attuale aspetto si deve probabilmente alla famiglia Caetani (secc. XIV-XV).
Onorato II Caetani lo ampliò, lo fortificò, curò la costruzione di altre torri e nello stesso tempo la cinta muraria. Il Castello, nelle varie modifiche, ha assunto la forma trapezoidale.
La Porta o Portone d' accesso al cortile del Castello è larga m. 1,42 ed alta m. 2,96. Forse intorno al 1860 fu smantellata la pesante porta di legno però si nota la guida sotto la volta mentre i due stipiti furono rivestiti con pezzi di marmo di ignota provenienza. Sopra i due stipiti, alla stessa altezza, sono incise due Croci latine. Servivano, si pensa, ad allontanare l' eventualità di una influenza magica o maligna contro il Castello o l' abitato.

I segni apotropaici ricordano la civetta inchiodata sulla porta o portone, i gioielli a forma di mano chiusa o aperta che si trovano in sepolcri antichi; quelli a corna od il numero tredici attaccati al portachiavi o portati come ciondoli.
In alto, perpendicolare alla porta, tre ordini.di mensole o beccatelli sovrapposti sostengono due voltine un tempo piombatoi o caditoie.

La torre triangolare vigilava sulla pianura da Terracina a Sperlonga e soprattutto sul passo di Portella.
Il documento più antico sinora a noi noto, in cui viene menzionato il castrum Monticelli de ducato fundano, è un atto notarile del 1099. il ... Nobilissimus D. Crescentius, filius quondam D. Johannis,
habitator Roccae Monticelli, vendit Docibili Gattulu, abitatori Castri Asprani unum sedium ad domum faciendum intus Castro de Asprana, quatuordecim solidorium pretio).
(Il mobilissimo don Crescenzo, figlio del defunto don Giovanni, abitante nella rocca di Monticelli, vende a Docibile Gattula, abitante nel castrum di Asprano,un appezzamento di terreno per costruire una casa nell' interno di castrum di Asprano, al prezzo di 14 soldi).
Il 13 marzo 1415 Giacomo II Caetani rilasciava quietanza di 5.000 fiorini ad Idelbrando Conti per la dote assegnata a Cecca Conti, moglie di Ruggero I Caetani, per la quale ipotecava il Castello di Monticelli.

Dall' Inventarium Honorati Caetani, giorno 22 giugno 1491, segnaliamo alcuni oggetti in dotazione al castello di Monticelli: "...cassuni de ligno quactro, tre con gli coperchi et uno senza coperchio; rota una piccola de ferro per arrotare; bucti tre gaytanesche, vacanti; sicchio de ferro da tirare acqua. ... Itam barecello uno da tenere polve de bombarda ... somaro uno de pilo bianco con la barda per uso castello, quale dice lo castellano al presente essere zoppo; ... lancelle sey grande da tenere oglio, ... una bandera con le arme de lo illustre signore conte de Fundi inquartate".

Il 27 dicembre 1503 Consalvo Ferrante di Cordova sconfisse i francesi sul Garigliano ed occupò Gaeta. Onorato III e Giacomo Caetani si rifugiarono in Monticelli. Non potendo fronteggiare l' esercito spagnolo fuggirono di notte. Raggiunsero Maenza e chiesero ospitalità al cugino Ludovico Caetani. Prospero Colonna occupò Fondi, poi Monticelli. Nel castello tenne prigionieri la moglie di Onorato III, Lucrezia d' Aragona con i figli. Dopo alcuni giorni li relegò nella campagna presso Terracina. Consalvo donò a Prospero Colonna la contea di Fondi.
Nell' antico salone del castello, si dice, c' era un camino in marmo. Al centro della mensola, che regge la cappa, lo stemma dei Caetani. Lo stile rispecchia quello del palazzo Caetani di Fondi. Chissà se c' è ancora!

PORTA SAN VITO

È a nord-ovest del paese. Intorno all' anno 1960 furono demoliti gli stipiti della porta d' ingresso. Fu cancellata una memoria.
A dieci metri, prima della Porta San Vito, a sinistra, c' è una strada che sale a gradini con le case addossate alla cinta muraria. Il gruppo di case è denominato "Langhetto", forse la parola ricorda "Là un ghetto".
"Ghetto" ci fa pensare ad una modesta comunità israelitica vissuta in quel sito. A Monticelli, prima del 1400 si coltivavano le fibre tessili. La macerazione del lino e della canapa aveva le sue leggi ... si qua persona maturaverit vel immiserit Unum, vel canapem in Flumine Sancii Viti aut in aquis fluentibus ad ipsum flumen solvat vice qualibet tarenum unum.
(Se qualcuno macera o mette del lino o della canapa nel fiume di San Vito o nella acque che vi affluiscono, paghi ogni volta un tari). Il lino e la canapa dovevano essere macerati nel lago. Il sito della macerazione, tutt' ora, è ricordato con il nome "Porto del lino" ed è nell' insenatura sotto Portella.

CHIESA DI SANTA MARIA DELLA RIPA

La sua costruzione si fa risalire all' alto Medioevo. L' interno è ad una navata. Sopra l' altare era situato il quadro "Natività di Maria", è del 1836, olio su tela di Francesco Nicola da Capua ritoccato da Giacomo Capirchio di Itri nel 1878. Trafugato nel 1976.
Raffigurava Sant' Anna sul letto con la piccola Vergine sulle braccia di una donna, mentre un' altra lavava i panni in un catino. Sul lato destro si vedeva un cestino con i panni e dietro la Vergine San Gioacchino. Ai piedi della Madonna altre figure di Santi.
Alla parete di destra, quasi vicino alla porta murata, si osserva un affresco antico: San Benedetto?
La primitiva porta della chiesa si identifica in quella murata a mezzogiorno. L' architrave è sormontato da una lunetta nella quale è affrescata la Madonna che regge in braccio Gesù Bambino.

La chiesa è munita di un esile campanile a vela. Sulla campana si legge a rilievo: Spiritus Domini replevit orbem. Opus Herculis Marinelli anglonensis A. D. MDCCXXXIX.
(Lo spirito del Signore riempì il mondo. Opera di Ercole Marinelli di Agnone. Nell' anno del signore 1739).

Il 7 giugno 1599 fu visitata dal Vescovo Comparini. La chiesa era coperta di tegole ed il pavimento lastricato. Sul nudo altare c' era una piccola Croce di legno e sulla parete dietro l' altare, dipinta l' immagine della Madonna.
Nel 1835 si diffuse il colera. La chiesa fu utilizzata come lazzaretto e fu munita del farmacista Luigi Padula di Fondi.
Nel 1864 in essa furono scavate tre tombe e collaudate da una commissione d' igiene, nominata dal Prefetto di Caserta, composta dall' avvocato Giuseppe Falco, dal dottore Francesco Santanastaso dall' ingegnere Andrea d' Ettorre e dal sindaco Ferdinando Cardinale.
Durante la visita pastorale del 17 ottobre 1877, in Monte San Biagio, dell' arcivescovo di Gaeta, monsignor Nicola Contieri per alcune irregolarità la sottopose ad interdizione. Nel 1878 fu riaperta al culto.

Negli atti di morte del 1861 si rileva che Francesco Pistillo, nato a Sant' Angelo di Puglia, per vari anni, fu eremita alla chiesa di Santa Maria della Ripa.

All' inizio del 1800 ci si rivolgeva alla Madonna della Ripa quando un malato non guariva con le medicine. Si organizzava, allora, un pellegrinaggio di donne vergini e religiose le quali, nella chiesa, chiedevano con fede la guarigione del malato.
Nel mese di settembre si solennizzava la Madonna.
Molti cittadini vi andavano in pellegrinaggio, alcuni scalzi per voto.
Settembre è il mese delle noci. I ragazzi vi andavano con le tasche piene. Durante la funzione religiosa, giocavano a "carrozza " con le noci sul sagrato di terra battuta.
La Madonna fu festeggiata per l' ultima volta nel 1970 perché l' edificio sacro fu dichiarato inagibile.
Vari cittadini, a proprie spese, provvidero a munirla di una porta nuova; l' esistente presentava vistosi buchi. La chiesa era diventata la "casa" dei gatti e dei cani randagi.

VILLA SAN VITO

Per la strada Madonna della Ripa si raggiunge la contrada Villa San Vito. Vi si può arrivare, anche, percorrendo la strada Via Carro, a cui si accede dalla strada Appia al Km. 114,500.

In questa contrada, nel I secolo d. C. nacque l' imperatore Servio Sulpicio Galba, come è stato interpretato il passo di Svetonio da alcuni studiosi.
Nel Medioevo vi fu edificata una chiesa dedicata a San Vito. La zona prese la denominazione di Villa San Vito.
Nell' alto Medioevo, ettari 219 di Villa San Vito o Ponte San Marco, furono assegnati alla Mensa vescovile di Fondi.
"Nell' onciario col numero 1194, formato nel 1754 pel Comune di Monticelli leggesi: la Mensa Vescovile di Fondi possiede luogo detto La Villa tomola di territorio seminativo, un' altra quantità di territorio montuoso, parte seminativo, e parte incolto con 60 alberi di castagne, giusto li beni di Pietro Parisella, il Colle S. Angelo e Strada di Sonnino rende annue once 133.10".

In esecuzione del concordato con la Santa Sede nel 1818 la Diocesi di Fondi fu soppressa. Le terre di Villa San Vito, nel 1819, vennero aggregate alla Mensa vescovile di Gaeta. Il Vescovo, poi i successori, si fregiavano del titolo: Barone della Villa San Vito.
Il comune di Monticelli istituì giudizio demaniale di reintegra del territorio di San Vito contro la Mensa Vescovile di Gaeta. Il giudizio, iniziato nel 1812, venne annullato. Fu ripristinato nel 1865 e definito con ordinanza prefettizia del 13 marzo 1866. L' ordinanza riconosceva la esistenza, su Villa San Vito, degli usi civici a favore dei cittadini di Monte San Biagio.
La Mensa vescovile produsse appello. Il contenzioso terminò il 18 luglio 1885. Il comune di Monte San Biagio entrò definitivamente in possesso del territorio conteso.
Della località San Vito si ha memoria dal secolo XI, nel celebre Placito di Castro Argento tenuto nel 1014 per comporre la lite sui confini del territorio fra il Conte di Traetto, Dauferio, ed il monastero di Monte Cassino.
Ne troviamo ancora menzione nell' anno 1400 nei capitoli di pace ratificati da Ladislavo, re di Napoli, con la contessa di Fondi, Iacobella Caetani.
Nel 1534 venne eletto Vescovo di Fondi Giacomo Pellegrino. In quel tempo il feudo era tenuto da Isabella Colonna. Fra il Vescovo ed Isabella sorsero delle ostilità. Alcuni scrivono che Isabella mal sopportava la giurisdizione che il Vescovo esercitava sul villaggio; altri che la contesa ebbe origine all' uccisione di un ministro della contessa per opera di Nicola, fratello del prelato. Il Vescovo Pellegrino fu costretto a rifugiarsi nel feudo di San Vito.

Isabella, nel 1537, inviò a San Vito una nutrita squadra di armati con l' incarico di uccidere il Vescovo. La squadra giunse nel villaggio. Il Vescovo, informato in tempo, si rifugiò in Monticelli. Gli armati, non trovandolo, incendiarono il villaggio del quale restano poche tracce di muri.
Il Vescovo Giacomo Pellegrino morì in Monticelli nella casa situata nell' attuale Vicolo I San Vito numero 10. Fu seppellito nella chiesa di Monticelli perché: "si impedì che il suo cadavere fosse trasferito a Fondi, dove potè essere trasportato e tumulato nella chiesa cattedrale soltanto nel 1616 per l' interessamento del Vescovo Giovanni Battista Comparini, il giorno di Sant' Eleuterio papa e martire alla presenza di tutto il clero radunato a Fondi per la celebrazione di un sinodo dioceSano tenuto dal Comparini".

L' abitazione estiva dei Vescovi di Fondi, in Monticelli, ora Monte San Biagio, è ricordata "La casa del Vescovo". Sino a pochi anni addietro si fregiava di un' artistica finestra bifora. Per accedere alla porta si salgono sei gradini in pietra, si percorre un breve pianerottolo che termina davanti al portale, molto semplice, di pietra locale.
Si nota sullo stipite di sinistra, ad altezza di uomo, scolpito un triangolino il quale ci porta con la mente alla mezuzà. Poiché mancano prove documentarie sulla effettiva presenza di un modesto gruppo di ebrei a Monticelli, ci piace additare ai curiosi quel triangolino.
Nella usanza ebraica la mezuzà, che contiene dei versetti biblici, scritti sopra una pergamena, piegata ed introdotta in una teca d' argento, larga da uno a due centimetri e lunga da cinque a dieci, si applica nel triangolino e viene toccata dagli ebrei quando escono. La mezuzà letteralmente significa "stipite".

La chiesa di San Vito, dal 1308 al 1310 pagava alla Camera Apostolica per la decima 3 tari e per la Sommaria 2 once e 11 tari.

Il 7 giugno 1599 fu visitata dal Vescovo Comparini che la trovò senza porta. Guardò anche i ruderi del palazzo vescovile, e con tanta tristezza nel cuore, tornò a Monticelli con il seguito.

Presso il Ponte Selce, al Km. 114,500, a destra verso Fondi, nel 1836, durante gli scavi per la costruzione di un molino ad acqua, rinvennero cornicioni, bassorilievi, grosse pietre ed una epigrafe: "... molte sono infrante, ed impiegate alla fabbrica, e giunsi troppo tardi per poter leggere la sola qui riportata.

TATIO M. L. TERTIO
FILIA HELENA FECIT ET SIBI

Io non saprei a chi appartenesse questa lapide , e sola asserisco che forse l' affettuosa figlia Elena avesse fatto innalzare qualche magnifico sepolcro per suo genitore Tazio, e che quindi servito fosse anche per sé. Le monete rinvenute sono di Marco Aurelio, di Antonino Pio Augusto P. M., di Nerone e di Tiberio".

Nella seconda guerra mondiale, aerei alleati sganciarono bombe sulla vicina ferrovia. Una cadde sul molino che lo distrusse. Nella sua area è stata innalzata una civile abitazione.

CHIESA DI SAN CANDIDO

La chiesa rurale di San Candido era nella contrada San Candido. Nel 1599 fu visitata dal primicerio della cattedrale di Fondi il quale la trovò in ottima condizione. Ora sono scomparse anche le pietre.

CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO O SANT' ANGELO DEL PESCHIO

La chiesa di stile gotico antico è a quota 603 del Monte Sant' Angelo. La tradizione vuole che vi fosse stata costruita per le varie apparizioni dell' Angelo Gabriele.

Nell' anno 979 il duca Marino di Fondi e il duca Giovanni di Gaeta donarono un vasto territorio al convento di San Magno e Sant' Angelo. Il territorio fu consegnato a Giovanni abate di San Magno e governatore di Sant' Angelo.
Nel secolo XI la chiesa venne restaurata dal Vescovo di Fondi, Benedetto.
Sulla parete interna era affrescato uno scudo con due bande oblique da sinistra a destra e con l' iscrizione:

AR. RMCT. CCI. SUU. OI. IPR. C.

Seguiva l' immagine di un monaco vestito di bianco, con il mantello nero ed una corona bianca in mano genuflesso ai piedi di San Michele in atto di preghiera. La figura forse è da identificarsi nel conte Onorato II più volte ritratto in simili atteggiamenti.
Sulla parete sinistra vi sono tracce di scrittura gotica.

Nel 1800 la chiesa venne abbandonata ed i suoi beni uniti a quelli della Madonna della Rocca dove fu trasportato il quadro di San Michele, olio su tavola, trafugato intorno all' anno 1976.
Resta in piedi la chiesa senza porta che resiste al tempo, ora è rifugio di mucche, cavalli e capre.

IL CIPPO O EPITAFFIELLO

È al Km. 113,200 dell' Appia, nel recinto del parcheggio, visibile dalla strada. Sul blocco di pietra è incisa l' epigrafe:

VIAM LUTO ET STAGNANTE AQUA
ET OB ID A VIATORIBUS DES- /
ERTAM IN AMPLIOREM FORM- /
AM RESTAURAVO* MDLXVIII

(Filippo II Restaurò in forma più ampia la via coperta dal fango e dall' acqua stagnante e perciò abbandonata dai viandanti. 1568 ).

La zona circostante l' Epitaffiello è denominata "Le Pantanelle".

IL PASSO DI PORTELLA

Portella, nel Medioevo era denominata Portello, è quel fabbricato, quasi tutto in mattoni, costruito al Km. 112,300 sull' Appia. E' l' antico confine del Regno di Napoli dove regnicoli e viaggiatori venivano sottoposti a visite minuziose dalle guardie di polizia e di dogana.
A ponente del fabbricato, al di sopra dell' arco, c' è l' impronta di una lastra di marmo sul quale vi era inciso il "Giglio" stemma dei Borboni di Napoli. Nel 1944, nel duello tra aerei tedeschi ed americani, una mitragliata la colpì e la frantumò.
Ai piedi del Monte Serra Andressone sgorga un' abbondante acqua la quale alimentava un molino attivo sino al 1921.
Alla sorgente, le donne, sino dall' antichità, venivano a lavare i panni, specialmente il corredo della sposa il quale veniva carezzata dall' erba e dal sole.
Il Passo di Lautule Tito Livio lo pone ... procul Anxure tra Terracina e Fondi. Lo si identifica, ma va considerato con cautela, a Portella per le sorgenti d' acqua, per i ruderi romani di età repubblicana ed imperiale, per la quantità di anfore, di tombe a cappuccina trovate, si pensa ad un insediamento romano.
Fra i frammenti furono trovati due pezzi di terracotta con inciso il bollo di fabbrica.
"Il primo contiene due bolli a forma rettangolare: in uno si legge a rilievo: L. Domiti / Lupi, l' altro contiene il nome dell' officinatore: Felix.
Il secondo contiene il bollo a rilievo: Eupor Domiti. Nel cerchio interno s' intravvedono delle lettere molto consumate ma leggibili: Lupi".

"Indi non lontano è Portella luogo così chiamato per una Porta, la quale distingue i confini dello stato della Chiesa, e del Regno di Napoli. Ella è fatta ai tempi dei Serenissimi Re Austriaci nella fine del XVI secolo, per togliere le differenze, che di continuo accadeva per la giurisdizione, per inseguire i malfattori.

Il Pratilli riporta le epigrafi di tre diverse colonne miliari che furono ordinate dall' imperatore Nerva Traiano nel suo quinto consolato a ricordo del ripristino della via Appia. La prima ricorda il riassetto della strada; la seconda la costruzione di nuovi ponti; la terza il restauro del ponte caduto per vecchiaia.

IMP. CAESAR
DIVI NERVAE F.
NERVA TRAIANUS
AUG. GERM.
PONTIFEX MAXIMUS
TRIBVNITIA POTEST. III. COS. Ili

PATER PATRIAE REFEVIT.
IMP: CAESAR
DIVINERVAE F.
NERVA TRAIANUS
AUG. GERM.
PONT. MAX. TRIB.
PONT. III. CO. Ili
P.P. CONSTR. CURAVIT
XXXVIIII
IMP.CAESAR
DIVI NERVAE FIL.
NERVA TRAIANUS
AUG. GERMANICUS
DACIC. PONT. MAX.
TRIB. POTEST XIII
IMP. VI COS V. P. P.
PONTEM VETUSTATE COLLAPSUM
RESTITUIT.

Da una ricerca sul miglio LXXI di Monte San Biagio rileviamo: ...il restauro del ponte sulla via Appia da parte di Traiano ad pontem rivuli Monticelli sive Sanciti qui cadit in Lacum Fundanum. Questo ponte denominato "Cagnasino" che sorpassava il fosso Santissimo (detto Sanciti dall' Editore del CIL) era quello dove furono trovati tutti i miliari relativi al miglio LXXI.

Presso il ponte di Cagnasino furono trovati, intorno al 1878 due miliari. Essi pubblicizzano la Tetrarchia dell' imperatore Diocleziano

IIII
DD. NN. DIOCLE TIANUS. ET MA
XIMIANUS
AUGG CONSTAN
TIUS ET MAXIMI
ANUS NNOBB CAESS (!)
LXXI
DOMINO NOSTRO FLAVIO VALERIO
CASTANTINO
PIO FELICI IN VICTO AUG.
DIVI COSTAN TI PII. FILIO

Cagnasino si ipotizza che sia il cognome o il soprannome del proprietario della sorgente e del territorio adiacente. In questa zona verso il declivio del monte, negli anni passati, il vomero rinvenne delle pietre calcare cm. 123 per cm. 58 e dalle spessore dai cm. 15 ai cm. 20.
Quelle pietre calcaree potrebbero essere la pavimentazione del cortile esterno di una statio costruita al tempo dell' imperatore Caracolla. E' probabile perché Cagnasino è quasi al centro tra Roma e Napoli. Nel tempo antico il luogo offriva beatitudine tra le querce, i carrubi ed il mormorio della sorgente.

Il papa Silverio II, con bolla del 26 dicembre 1000 donò a Dauferio II, Terracina nel suo territorio e vi aggiunse Portella.
Nel 1039 Costantino, figlio di Leone III e di Amata, duca di Fondi, donò il casale deflexu ad Portellas, il quale era un complesso di fondi rustici con annesse ville, alla chiesa di San Cesario in
Terracina.

Il 19 giugno 1738 Amalia Walburga, figlia di Federico Augusto, re di Polonia "giovinetta che compiva quindici anni" ricevette grandi accoglienze a Portella, dove incontrò "sotto un magnifico padiglione" Corrado III di Napoli al quale andava sposa.
Il 12 maggio 1758 Maria Carolina, figlia dell' imperatore d' Austria, Francesco I, giunse a Portella e s' incontrò con il promesso sposo sotto un "magnifico padiglione e si scambiarono gli atti e i segni di riverenza e di affetto".
Nell' aprile del 1819 venne a Napoli l' imperatore d' Austria Francesco I accompagnato dalla moglie, da una figlia e dal principe Metternich. Il re Ferdinando nominò Duca di Portella il principe Metternich "con larghissimi doni.
Il 10 ottobre 1822 il Decurionato di Monticelli approvò la spesa di quattro ducati per alcune riparazioni alla scuderia di Portella per il passaggio di Sua Maestà.

Si tramanda che la carrozza reale, con Ferdinando II, nelle vicinanze di Portella, subì dei guasti. Nel ripararla sopraggiunse la sera, poi la notte. Il re pernottò in una delle due torri.
All' alba del sette novembre 1860 le truppe piemontesi occuparono Portella abbandonata dai soldati borbonici i quali si rifugiarono in Terracina. I piemontesi la presidiarono sino al 20 settembre 1870, quando fu proclamata l' Unità d' Italia. Portella segnò, fino al 2 gennaio 1920, il confine tra il Lazio e la Campania, il quale fu fissato sul fiume Garigliano.

Nel 1950, nel dissodare il terreno a levante di Portella, venne alla luce una statua priva di testa. Fu trasportata a Fondi e sistemata nel chiostro di San Francesco, ed è la prima a mano destra quando si entra nel chiostro.

La statua, impregnata di residui di argilla rossa, misura cm. 165. Raffigura un uomo che regge la toga con la mano sinistra sul petto, mentre la destra è penzoloni. Forse apparteneva ad un sepolcro romano.

A pochi passi da Portella esiste un edificio denominato "Gendarmeria". Era l' alloggio della guardia assegnata a Portella. Il piano terra era adibito a scuderia, il primo piano a camerata. Nel fabbricato, verso nord, è inserita una costruzione cilindrica: tomba romana o torre di avvistamento?

Intorno al 1300 l' edificio fu adattato a chiesa rurale e dedicata a San Tommaso Becket o di Canterbury. Fu visitata il 6 giugno 1599 dal Vescovo Comparini. Notò che sulla parete dietro l' altare era dipinta l' immagine di San Tommaso.

Intorno all' anno 1700 la chiesa fu saccheggiata, restaurata e dedicata a San Ferdinando, ma non fu mai consacrata.
Il 20 maggio 1755 vi seppellirono i briganti Antonio Iannotti ed Antonio Giosafatta Zampa di Monticelli.
Quasi sul dosso della "Vallimpisi", km 111,500 dell' Appia si può ammirare un resto di muro a reticolato di età imperiale. Quel sito è chiamato "i pannicelli". Nelle pietre del reticolato hanno ravvisato "piccoli pani". La denominazione con la nuova generazione va scomparendo.

MAUSOLEO ATTRIBUITO ALL' IMPERATORE GALBA

Al km. 110,500, a pochi metri dall' Appia verso nord, c' è il Mausoleo attribuito all' imperatore Galba, si pensa sia la tomba di Sesto Giulio Frontino perché "... furono trovati alcuni doccioni, ossia canne di piombo e di bronzo per acquedotti, in uno leggevasi SEX IUL. FRONTINUS".

Il Mausoleo misura 32 metri di circonferenza ed è alto circa 10 metri. E' noto con il nome: "La casa del Marchese" perché fu creduta dal popolo la tomba di un "Marchese". E' costruito con grossi conci rettangolari. Ogni blocco di pietra misura, in altezza, 60 centimetri, cioè due passi romani. La facciata rivolta a nord, dove c' è la porta d' ingresso, protetta da un cancello di ferro, è bugnata, le altre sono lisce.
A circa 500 metri dal mausoleo, verso nord, esiste un altro mausoleo di dimensioni minori. Nell' interno si nota un loculo con tracce d' intonaco. E' chiamata la Marchesella "perché creduta la tomba della moglie del Marchese".

Si tramanda che tra le due tombe intercorresse una galleria utilizzata dalle anime degli sposi quando desideravano incontrarsi. Nella zona esistono cunicoli ad altezza di uomo, condutture di acqua o fogne di un grande complesso abitativo?

Nel 1894 intorno al Mausoleo rinvenne uno scaglione di pietra locale di forma rettangolare con incise le lettere.

A.T.F.
T. F.
I. 0.

I due mausolei sono nel perimetro di circa 1300 metri: oltre tale perimetro, nel dissodare il terreno ai piedi della montagna, venne alla luce mezza lapide di marmo bianco con l' iscrizione:

D. M. S.
THAELYPIS GRAECUS
AN. XX   (93)
Dis Manibus Sacrum. Thaelypis Graecus annorum XX

(Sacro agli dei Mani. Telipo (cioè Telefo) Greco di anni 20).

Nella zona di Orione, nel 1960, scavando un pozzo, alla profondità di circa tre metri, si incontrò una conduttura in terracotta di epoca romana, dalla quale ancora oggi, quando si aspira l' acqua con il motore per irrigare e si abbassa il livello dell' acqua, scaturisce acqua magnesiaca dalla conduttura spezzata.

Nel 1933, mentre si scavava il canale San Biagio, ad una cinquantina di metri dal cancello del cimitero, rinvenne un giacimento di anfore vinarie. Ne furono dissepolte a migliaia e circa tremila furono trasportate a Roma e depositate in un museo.

Le anfore erano sistemate in fila per sei in posizione sia verticale che orizzontale. Quasi ogni anfora possiede il marchio: HERMO, ACILIAE, SABINA, OVINIO, DOVINO, DIODI, ACI-MAE.

Per le troppe anfore vinarie ed olearie rinvenute, ed ancora giacenti al di qua ed al di là del lago di Fondi, ed intorno ai resti delle ville dei patrizi romani, si è pensato all' esistenza di una fabbrica di cui, però, non sono stati mai trovati depositi di cenere e tracce di forni, o, altri resti. E' credibile che vi fosse un deposito dopo l' uso, come al Testaccio.

Nell' oliveto del Casotto Rosso, poco distante dalla torre dell' Epitaffio, verso Terracina, affiorano alcuni resti di un grande basamento costituite di larghe pietre a squadra. Il Pratilli lo definì un tempio dedicato alle Ninfe, per la vicinanza al lago. Tra i marmi, colonne spezzate e lastroni calcari, il Pratili notò una lastra di marmo con l' epigrafe:

M. VALERIO M. F.
PAULINO PATRONO COL. FUNDANI

Probabilmente l' epigrafe di Pratili è falsa: il Mommsen non la pubblica.

LA TORRE DELL' EPITAFFIO

È al km. 109,400 a mano destra di chi è diretto a Terracina ed è quasi al bordo dell' Appia. Ha la forma di un parallelepipedo e poggia sopra una base a piramide tronca, è tutta in pietra locale. Fu costruita durante il pontificato di Sisto V (1585-1590).

Prese il nome "Epitaffio", poi dato alla zona circostante, per "un benevole saluto" scolpito al centro di un monumento di forma classica, a pochi metri dall' antica linea di confine con lo Stato Pontificio, fra quattro cariaditi disposte due a destra e due a sinistra dell' epigrafe.

PHIL. II CATH.
REGNANTE
PERAF. ALCALAE DUX
PRO REGE
HOSPES HIC SUNT FINES REGNI NEAP.
SI AMICUS ADVENIS
PACATA OMNIA INVENIES
ET MALIS MORIBUS PULSIS BONAS LEGES
MDLXVIII

(Regnando Filippo II il cattolico, essendo il duca di Alcalà, Perafan, viceré (di Napoli). Ospite, qui sono i confini del Regno di Napoli. Se vieni da amico troverai tutto tranquillo e, eliminati i cattivi costumi, buone leggi. 1568.

Verso la metà dell' anno 1700 vi fu stanziato un gruppo di soldati corsi per sorvegliare e difendere il confine. Per comodità dai soldati fu anche costruita, nel 1779 una "chiesetta rurale". Anni addietro, sconsacrata, fu convertita in cucina.
Nel 1788 Gaetano Assorati ebbe l' incarico di progettare i seguenti lavori da farsi vicino alla Torre dell' Epitaffio "…formare due stanze al piano terreno una ad uso di Staffetta, e l' altra ad uso d' arme di corpo di Guardia".
Nel 1903 fu aperta una porta sulla base della Torre verso levante. Nel vano rivenne un mucchio d' ossa umane.
Sulla Torre vigila ancora la garitta: Sull' intonaco rimasto sono graffiti alcuni nomi delle guardie che vigilarono, notte e giorno, l' Epitaffio.

RICHARDOT. 3 BCP
MAETZ FLORENZ
DUQUENOY
3 BCP
1869 LYONNET 1862
HOUL 62 ML
LE 13 JU 17
WEISS MARTIN
BCP CORIN
SIMONEA M.
1864
ed altri non ben decifrabili.

La Torre è collegata, con un arco a tutto sesto, al muro di cinta che sale per un tratto lungo il monte. Sulla chiave di volta è inciso "STATO PONTIFICIO".
Sotto l' arco passava l' Appia di cui più avanti esiste ancora un tratto di basolato lavico. Vicino allo stipite dell' arco vi è un termine lapideo. Sulla faccia che guarda levante vediamo il "Giglio", stemma borbonico, sotto il numero 5. E' il quinto termine partendo da Canneto. Sulla faccia di ponente le "Chiavi incrociate" con lo stemma pontificio e sotto l' anno 1846. Sulla testa della colonna miliare è tracciato un angolo acuto che indica la linea di demarcazione.

A segnare il confine tra il comune di Monticelli, ora Monte San Biagio, e lo Stato Pontificio, nel 1846, vennero collocati quindici termini lapidei ...nei seguenti punti:

1° Foce Canneto,
2° Pescariello,
3° Capua di Campagna o Scaricamento,
4° Fontana del fosso dell' Epitaffio,
5° Epitaffio,
6° Morrone del pecoraro,
7° Monte Pilucco,
8° Monte Pagliarello,
9° Cima della Fontana di Santo Stefano,
10° Cima della Listuccia,
11° Monte Cervaro,
12° Pietra Acquara,
13° Serra pietra Acquara,
14° Cima AcquaSanta,
15° Morrone d' AcquaSanta.

Il quarto termine lapideo si può ammirare dal parapetto del ponticello, lato mezzogiorno, a pochi metri dalla Torre dell' Epitaffio, nel terreno sottostante.
Nel 1588 il 7 febbraio il fiammingo Arnold Von Buchel (Buchellius) nel libro Iter Neapolis versus, scrisse: "Ci scostammo un po' dal mare e vedemmo un edificio fatto da poco, destinato ad accogliere i gabellieri, e un termine di confine eretto dal duca Alcalà viceré di Napoli".

Riportiamo, come curiosità il " discorsetto istruttivo e realistico"che lo scrittore Pflaumern rivolge al viaggiatore, giunto all' Epitaffio.
"L' iscrizione che da il saluto al viaggiatore straniero è un avvertimento; ti fa capire che stai entrando in un nuovo Stato dove troverai gente e costumi diversi. Apri gli occhi: nessuna preoccupazione è superflua. Procura di essere in regola con la legge, specie per quanto riguarda il tuo bagaglio e le tue armi: se la spada è un po' più lunga o più larga del prescritto, subirai la rottura della lama ed infine noie. Denaro portane il meno possibile, perché ti lasceranno entrare con qualunque somma, ma all' uscita non potrai riportare via monete: sarai obbligato a fare acquisti inutili o a procurarti "lettere di cambio" rimettendoci enormemente. Troverai il popolo minuto astutissimo e senza scrupoli: non parlare, non scoprirti, non ostentare ricchezze, non credere alle adulazioni o ci rimetterai le penne".

All' Epitaffio il 6 aprile 1850 Ferdinando II, re delle due Sicilie, si congedò da Pio IX che rientrava nel suo Stato dopo l' esilio di Gaeta.
Restò confine Pontificio sino al 2 settembre 1870.