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La maggior parte
dei negozi a Monte San Biagio erano aperti nel Centro Storico adiacente la
"Piazza" in locali ampi e ben forniti di tutto, dalle spezie ai
tessuti, dai giocattoli ai gioielli, dagli alimentari alle cartolerie. La
benzina si vendeva anche nella farmacia della Piazza, una Banca allora era pure
situata vicino la Chiesa di San Giovanni Battista, e il carburo di calcio per l'
illuminazione in una bottega sempre nell' allora popolatissima
"Piazza".
Nel borgo le botteghe più comuni erano quelle di generi alimentari (case e uoglie) e i forni, una merceria e un' oreficeria, l' allora oreficeria Polidoro, pochi macellai (chianghiere) e pasticcieri, detti caffettiere perché di primo mattino già avevano pronta per i clienti una grossa cuccuma di caffè alla turca, che a richiesta servivano corretto con anice.
I contadini producevano buona parte del fabbisogno della famiglia e alla bottega andavano a comperare la pasta che arrivava per mare da Napoli in casse da 50 chili, i formaggi, gli insaccati, l' olio se non ne producevano abbastanza e, dal fornaio, il pane se non si faceva in casa una volta la settimana.
Gli artigiani, i pescatori, gli operai e gli altri che avevano bisogno di tutto erano i clienti ordinari dei bottegai. Le botteghe (puteje) di alimentari erano fornite dei principali prodotti: paste alimentari lunghe e corte, le prime a cartate di 5 chili bene ordinate nelle scansie (stiglie) e le seconde nei sacchi; anche nei sacchi riso, fagioli (fasuglie), ceci, fave, lenticchie (mennicchele), castagne secche (castagne allesse); e poi formaggi, insaccati, lardo, strutto (nzogne), pancetta (ventresche), tonno sott' olio e concentrato di pomodoro (cunzerve) in grossi barattoli di latta da vendere al dettaglio. Il commerciante pesava la pasta, la metteva in un apposito fazzoletto colorato (mucchere) che il cliente portava con sé. I generi meno voluminosi li avvolgeva in fogli di carta. Una buona parte dei generi alimentari, e non solo alimentari, le donne del borgo trovavano molto comodo che gli ambulanti glieli portassero nel vicolo, davanti all' uscio di casa.
Gli ambulanti facevano sentire la loro voce e chi aveva bisogno di loro usciva e li chiamava. C' era un certo numero di venditori ambulanti locali, ma più numerosi erano quelli provenienti da fuori, dai paesi vicini e anche da Sessa e oltre, uno di essi era ricordato col nome di "Cicc' antonio".
Il pescivendolo (riattone), aiutato da un ragazzo, portava il pesce in una capiente cesta rettangolare (spasone) con due manici. Con una mano reggeva uno dei manici della cesta e con l' altra la bilancia a due piatti fornita dei principali pesi. Annunciava la sua presenza gridando i nomi dei pesci a disposizione: "Mò ha terate 'a rezze 'e sarde!" per dire che erano freschissime, e se erano grandi: "So ciéfere, so ciéfere sti sarde!". "Sarde 'e rezze, alice 'e rezze. So ritonne i 'alice!" se offriva anche le alici ritonne, quelle della migliore qualità. "Bella treglie, bella treglie! N' ata fravaglie 'e treglie!" grida se vendeva triglie, e se erano da friggere: "Treglie, fiche e suace, 'o pesce!". E così anche per le altre qualità: "Purpetieglie verace" per i polpi," 'O pesce argiente" per gli argentini, "Cape 'e quaglie, cape 'e quaglie!" a maggio quando, contemporaneamente all' entrata delle quaglie, era l' unico periodo in cui questo pesce veniva pescato. E la vigilia di Natale: " 'E vòngole cu 'e spaghette!".
Il frattagliaio con il suo carico di interiora di bovini e ovini su un carrettino portato a mano si fermava e alzava la voce: "Ohi fémmene, Carafieglie la trippe a quatte sòrde! (soldi)". Anche con un carrettino passava il venditore di baccalà e di stocco ammollati (spugnati) entro tinozze piene d' acqua e gridava: " 'O baccalà e 'o stocche!". Uno che gridava: "Robba belle" si spingeva avanti un carrettino pieno di merce varia.
Gli erbivendoli il carrettino se lo facevano tirare da un asinello e gridavano: «'Nzalate accappucciate», « 'E mele, 'e pere! So tutte mature!», «Purtuaglie duce, purtuaglie sana malate!», «lamme, ia', o ne' tenite uocchie o ne' tenite denare». "Pèttene e pettenessine sapunette fine!" gridava un ragazzo che si portava davanti, appesa al collo con una funicella, una scatola colma di merce minuta. Nel periodo estivo circolavano i sorbettieri con un apposito carrettino, completamente chiuso e con un coperchio, dove trovavano posto i contenitori di rame mantenuti freddi in tinozze contenenti ghiaccio e sale. Gridavano: "È venute a prove n 'ata vote! Chiagnite uagliu'", è tornato il sorbettiere: piangete ragazzi e fatevi dare i soldi per venire ad assaggiare il primo gelato.
Cala la sera, si accendono le luci, passa il venditore di lupini: "So salate, lupine 'e Nàpele!". Mangiati a chiusura della cena fanno gustare meglio un bicchiere di vino. Da notare come in tutte queste voci ed anche in quelle che seguono ricorre sempre il dialetto napoletano. Un numero maggiore di ambulanti veniva da fuori e in particolare dai paesi confinanti, Itri e Formia. Le donne di Itri venivano a piedi portando sul capo ceste e tinozze (tenieglie) poggiate sul cercine (cherolle) e con le braccia impegnate a portare uno e anche due panieri. Portavano olive fresche e in salamoia, formaggini freschi (casefrische) di capra, immersi nel loro siero, e formaggini maturati sott' olio (case marzugline) odorosi di pimpinella e poi olio di oliva in stagnere (lattine di una decina di litri) da vendere al dettaglio con le misure che esse stesse si portavano appresso, erbe aromatiche come origano (aréteche), finocchietti, rosmarino. Ecco i loro richiami: "Uoglie, uoglie!", "Case frische ruosse", "Auglive all 'acque", "A réteche, aréteche", "Chi vò lu case marzugline".
Gli uomini invece venivano con asini e carri carichi di sacchi di carbone di legna e di sacchi di carbonella (craunelle) di frasche e di noccioli di olive (muniglia doce), ricavata dai rifiuti dei trappeti; portavano anche sarcine di erica (sarcenieglie) legata a mazzetti per accendere i fornelli, e salme di saracchio per le donne che producevano corde. Interi carichi di frasche li fornivano ai fornai. "Craune e craunelle!" gridavano, oppure "sarcenieglie, sarcenieglie!", "Chi vò la stramme!". Numerosi erano anche gli ambulanti provenienti da Formia. Le donne di Formia, come quelle di Itri, Maranola, Scauri, venivano a piedi portando il carico sul capo: scope di saracchio, stecche di sapone verde per bucato da tagliare a pezzi e vendere a peso, tazze, piatti e persino cioccolata. "Nè, lu nicessarie", "Chi vo, le scope, chi vo, lu sapone", con queste voci annunciavano la loro presenza.
I pollivendoli arrivavano con carrettini tirati da un asinello e portavano anche le uova raccolte nelle campagne di Fondi, Minturno, Castelforte. I polli vivi erano rinchiusi in grosse stie e le uova a strati, alternate con paglia e sistemate in una sorta di gabbia di legno. "Ova fresche, puglie puglie", gridavano. Portavano anche altri animali da cortile: anitre, oche, conigli, tacchini, ma pochi e non sempre. Vendevano molte giovani pollastre alle massaie che allevavano sempre qualche gallina per assicurarsi l' uovo fresco. Da Formia venivano anche gli spezzini, cioè i venditori di tessuti e tele per biancheria, trasportati su carretti tirati da un paziente asino, al quale, in estate, coprivano le zampe con calzoni in tela di sacco per difenderli dalle noie delle mosche. Richiamavano i clienti ripetendo di tanto in tanto: "Ué, chi cagne?", ossia chi cambia? Infatti, oltre a vendere la merce, essi cambiavano le valute straniere, di solito i dollari inviati dagli emigranti alle famiglie.
Esistevano una banca in Piazza e cambia valute, ma le donne preferivano servirsi dagli spezzini anziché andare nel Centro storico, dove si trovavano questi servizi, per non farsi vedere in giro, soprattutto se da sole, e non dare adito a pettegolezzi o addirittura calunnie. Non era molto stimata la donna che si vedeva spesso in giro specialmente da sola e nel Centro storico, dove funzionava anche una "casa chiusa".
Non si è certi, ma si dice che una volta la settimana si sentiva la voce di un uomo proveniente da lontano, forse da Napoli: "O capellare,fémmene!". Raccoglieva i capelli che le donne mettevano da parte ogni volta che si pettinavano sino a raggiungere un mucchietto. Il capellaro, dopo averli lavati e ordinati a mazzetti secondo il colore, li consegnava a quelle donne capaci di ricavarne retine utili per mantenere in ordine la pettinatura, alcune erano le stesse che gli avevano venduto i capelli.
D' inverno alla "Piazza" di Monte San Biagio compariva l' ombrellaio, armato di filo di ferro, stecche metalliche e pinze: "Ombrellare, fémmene, 'ombrellare". "Accongia siegge, 'mpaglia siegge" si annunciava l' uomo che riparava le sedie sfondate, recante un grosso fascio di paglia speciale da attorcigliare per rifare il fondo. "Arrotino, arrota forbici coltelli e temperini" gridava l' arrotino (arrotafruòvece) spingendosi avanti l' attrezzo sull' unica ruota che poi servirà da volano alla mola. "Accungiàteve gli piatti rotti", l' uomo che ricuceva le scodelle e i tegami di terracotta: si sedeva su uno scalino, bucava le terraglie con un sottile trapano a volano e con punti metallici e un po' di mastice rimetteva a posto le povere stoviglie.
"Tonninele... tonnine le!, Ranunce... ranunce!" gridavano alcune donne ambulanti, le ben note pacchiane riconoscibili dal costume particolare che indossavano, tovaglia bianca inamidata in testa e panno rosso ai fianchi; portavano a vendere panieri di telline pescate alla spiaggia di Formia o Terracina e infilzate di ranocchie catturate nei pantani di Fondi. Un uomo con un grosso grappolo di manufatti di vimini sul capo andava gridando: "Panare e caneste... Chi vò panare e caneste!" All' inizio dell' estate venivano i venditori di persiane: "Belli ffe', s'è nfrcate 'o sole, iamme, accattàteve na bona persiane!". E un altro con un carico di patate e cipolle fermava il cavallo e gridava: "Vi' che patane a cape 'e ciucce... me pàrene muzzarelle sti cepolle!".
Questa era la Piazza di Monte San Biagio, con le sue botteghe, i suoi ambulanti e la gente che accorreva per comprare il necessario.
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Quando arrivavano grossi carichi da Napoli, Gaeta o Fondi per Monte San Biagio e il padrone non intendeva girare per le vie del centro storico, si fermava nella Piazza del Vernone e mandava un uomo a "ittà gliu banne". Questi, munito di un campanaccio e molti di Monte San Biagio si ricorderanno di Lui, si fermava ad ogni angolo, scampanellava per richiamare l' attenzione e, quando vedeva un po' di gente radunata o affacciata per ascoltarlo, incominciava a voce alta: "lamme ohi fémmene, a mare agli 'Vernone è arrivate 'o frastie re, ha purtate le castagne d' 'a Rocche. So speciale e a buon prezze". Altre volte il banditore annunziava le cepolle de Monticieglie (Monte S. Biagio) o i capuanieglie chine 'e zùcchere (meloni di Capua), o le pummadore de Funne (pomodori di Fondi) da vendere a ceste intere per ricavarne "cunzerve" o da mettere in bottiglie, a pezzi o passati, e poi bolliti a bagnomaria.
Le unità di misure usate erano ovviamente quelle in vigore però venivano indicate con il nome di quelle adottate nel Regno di Napoli ad esse più vicine. Così erano indicate le misure di mercato:
Gliu ruoteglie (rotolo kg. 0,890) è il chilo
Gliu cantare (cantaro kg. 89,09) è il quintale
L' onze (l' oncia g. 26,7) corrispondeva a 25 grammi
La meza canne (mezza canna m. 1,05) è il metro.
Per fagioli, ceci, castagne, olive, ecc. spesso per comodità si usava una misura per aridi equivalente a litri 2, 31 e la mezza misura litri 1,15.

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