Sul vasto territorio montuoso di Monte San Biagio si rifugiavano piccole o grandi bande di briganti per la vicinanza con i comuni di Sonnino, Amaseno e Vallecorsa sedi dei più famosi capibanda come Chiavone, Massaroni e Gasbaroni. Riportiamo alcuni episodi di sequestri e di assalti ad opera di briganti nel territorio di Monte San Biagio.

Il sequestro di un alto ufficiale dell' esercito austriaco ebbe luogo nell' ottobre del 1817 nei pressi di Monte San Biagio tra l' Epitaffio e il passo di Portella ad opera del famigerato capobrigante Antonio Gasbaroni soprannominato "Il Lupo di Sonnino" e particolarmente devoto alla Madonna.

La banda Gasbaroni da Valleviola scese sino a Vallemarina e si appostò nei pressi del Fosso del Pero a pochi metri dall’ Appia. Da quel posto si scorgevano le carrozze quando uscivano dall’ Epitaffio, confine dello Stato Pontificio. La loro attesa non fu delusa. 

Cominciarono a fregarsi le mani quando videro una carrozza tirata da quattro cavalli ballare sulla strada verso il ponte Fosso del Pero. I briganti si accostarono di più ai bordi della strada e, quando la carrozza gli arrivò a portata di mano, saltarono dai nascondigli ed arrestarono i cavalli. La carrozza era immobile al centro dell’ Appia polverosa. Ogni tanto un cavallo o l’ altro batteva lo zoccolo a terra. Gasbaroni cominciò ad interrogare i due ufficiali in serpa mentre alcuni briganti alleggerivano la carrozza dei beni ed altri facevano la guardia. 

Dalle interrogazioni Gasbaroni capì che l’ufficiale seduto nell’ interno della carrozza era un colonnello, si trattava del Colonnello Francesco Gutnohfen. Lo fece scendere e sotto scorta lo inviò sulla cima Pazzarelli. Gasbaroni mandò i due ufficiali a Terracina affinché chiedessero per il colonnello un riscatto di ventimila scudi. Il generale di Napoli ricevette la richiesta e mandò a dire a Gasbaroni che invece di ventimila scudi avrebbe mandato ventimila soldati. Il generale fece partire da Napoli, Capua, Venafro, Castel di Sangro e Gaeta tutti i soldati a disposizione. 

Lo Stato Pontificio inviò uomini armati che partirono da Velletri, Cisterna, Terracina ed altri paesi. I briganti furono accerchiati sul monte Capiccio. Gasbaroni vedeva gli austriaci ed impose al colonnello di non segnalare la sua presenza e gli promise la liberazione. Gasbaroni notò che gli uomini dello Stato Pontificio sul cappello avevano un fazzoletto, immaginò che fosse un segnale di riconoscimento ed ordinò ai suoi uomini di legare al cappello il fazzoletto ed appostarsi in fila. I soldati austriaci passarono davanti ai briganti, notarono il fazzoletto sul cappello, salutarono e si allontanarono. 

Gasbaroni tirò un sospiro di sollievo ed i briganti esultarono. Gasbaroni tenne fede alla parola data al Colonnello Francesco Gutnohfen che, scortato da sette briganti, fu liberato, dietro le proteste di alcuni briganti che lo volevano morto, nei pressi di Sonnino. Il Colonnello per ringraziare Gasberoni di avergli concesso libertà e salva la vita gli fece pervenire 4 scudi.

Nella foto sopra è ritratto Antonio Gasbaroni al centro seduto, con barba bianca e fucile in mano in una rara foto del 1870.

Era l' ottobre del 1863, di martedì quando Alessandro Rizzi, un giovane seminarista, fu sequestrato da una banda di briganti che infestava le campagne di Monte San Biagio.

Quel giorno Alessandro si recava in campagna a trovare i genitori ed i fratelli intenti a mietere il grano. Nei pressi della strada che costeggia il canale San Vito tre briganti lo assalirono e legandolo lo condussero verso le Calamete. I genitori non vedendo il figlio ritirarsi aspettarono invano tutta la notte e solo al secondo giorno dalla scomparsa ricevettero una lettera nella quale era scritta la cifra di 100 ducati per averne la sua liberazione.

La famiglia di Alessandro riuscendo a stento a recuperare la somma pagò il riscatto ed il ragazzo fu liberato ma tornò a casa mostrando i segni di una prigionia dura e aguzzina.

L' anno successivo i briganti si rifecero vivi risequestrando il giovane Alessandro minacciando la famiglia con un riscatto più grande del primo sequestro, difronte ad una richiesta impossibile da pagare la famiglia Rizzi riuscì a trattare con i briganti il pagamento di una somma ridotta. I briganti accettarono e liberarono Alessandro dopo sette giorni di dura prigionia nei pressi della Fontana del Fico. A stento a piedi il ragazzo riuscì a raggiungere Monte San Biagio passando per il Portone fu notato dalla gente che sostava nella piazza del paese, lì Alessandro pallido e smagrito svenne, fu portato a casa ma le condizioni peggiorarono, il ragazzo era terrorizzato, disse di aver riconosciuto un brigante ma giorno dopo giorno quasi come una maledizione deperì al punto che un mattino all' alba morì portandosi nella tomba il nome del brigante di Monte San Biagio da lui riconosciuto.

Si chiamava Pasquale...abitava in una casa abbandonata vicino il Castello sopra Monte San Biagio ivi trasferitosi da poco con i suoi genitori, dopo esser stato scarcerato per aver trascorso una pena di vent' anni nel carcere di Gaeta.

I genitori di Pasquale, di cui non conosciamo il cognome, erano molto religiosi e prima di andare a lavorare nei campi erano soliti andare a sentire la messa e pregare la Madonna, il padre più di una volta portò la Croce da una stazione all' altra sulla via per il Castello.

Pasquale dopo un anno di buona condotta si unì a tre malviventi ricercati dalle forze dell' ordine ed unito a questi si diede a rapine e ricatti. I quattro avevano terrorizzato il paese e reso pericoloso il transito sull' Appia che da Portella conduce all' Epitaffio.

Vani furono gli appostamenti e le perlustrazioni da parte della Guardia Nazionale per arrestare la banda capeggiata dal brigante Pasquale, si diceva che la banda si nascondeva e dormiva dentro una grotta tra Portella e l' Epitaffio ben celata da folti cespugli. Un giorno uno dei quattro della banda Pasquale stanco della vita alla macchia si recò da un sacerdote per costituirsi e svelare il nascondiglio in cambio di aver salva la vita. Il sacerdote informò il Sindaco di Monte San Biagio che subito convocò il comandante della Guardia Nazionale.

Insieme al pentito le Guardie si appostarono nei pressi della grotta rifugio del brigante Pasquale, il quale sentita la parola d' ordine del pentito uscì dal rifugio, ma appena viste le Guardie non riuscì a fuggire che fu investito da una scarica di fucili, accertatasi della morte del brigante il comandante della Guardia ordinò di trasportare il bandito fin sopra Monte San Biagio. Arrivati in paese le Guardie Nazionali furono accolte da un folto pubblico festoso per aver ucciso l' uomo che per molto tempo terrorizzò le campagne del paese. Il Sindaco diede ordine di portare la salma di Pasquale in mostra alla Piazza del paese e lì fu tenuta esposta per due giorni, passati i quali fu gettata in una zona del paese adibita a "discarica" : la Cantarata.

La salma del bandito Pasquale fu recuperata dai genitori che dopo averla ricomposta la seppellirono nei pressi di una quercia in zona San Vito.

Appunti tratti da "Il brigantaggio nei documenti dell' Archivio Comunale di Monte San Biagio 1861 - 1871" -  Dario Lo Sordo

Si ha notizia da cronache del tempo, rapporti e indagini criminali dell' esistenza di un corpo di cacciatori definiti Bersaglieri impegnati in tempi limitati alla cattura e rastrellamento dei briganti alle spalle di Terracina, zona prima risultante sotto il napoletano e comunque in territorio considerato neutro o "Terra di nessuno".

Terra di briganti per lo stazionamento e terra di feroci rappresaglie da parte dei pontifici o dei napoletani quando le gesta criminali si rivolgevano contro le proprietà dell'uno o dell'altro. La zona che andava tra "Portella e l' Epitaffio", considerata "Terra di nessuno" fra Lazio e Campania, divenne la sede preferita dei briganti. Qui dal 1808 al 1825 spadroneggiarono: Gasbarrone o Gasbaroni (il cognome fu più volte storpiato dal popolo) di Sonnino, Massaroni e Varrone di Vallecorsa ma non mancarono altri nomi tristemente famosi di capibanda, non inferiori per ferocia.

Nel 1810 Murat fece pubblicare un elenco di trentamila banditi. Alla fine del 1825 il terribile brigante Mezzapenta (Macaro Michelangelo) che associava le sue azioni a quelle di Gasbarrone nella zona tra Portella e l' Epitaffio, fu avvicinato da quattro canonici di Fondi, Don N. Nanni, Don G. D' Ettorre, Don F. Padula e Don O. Costanzo, i quali lo convinsero ad abbandonare quella vita sanguinaria.

Mezzapenta fece penitenza e con altri componenti la sua banda, di Fondi e soprattutto di Monticello (Monte S. Biagio), si recò il 27 di ottobre al Santuario della Civita per deporre le armi ai piedi della Madonna. Dopo aver sentito messa, fu condotto a Gaeta con gli altri briganti per essere trasferito al carcere di Pantelleria.

Da questo breve racconto si scorge la dedizione religiosa dei briganti verso la Madonna.

I Granatieri di Sardegna che dal 1861 al 1865 operarono nelle zone di Itri, Fondi, e Sperlonga furono inviati a "Monticello" per liberare il paese tenuto sotto assedio dalla banda Chiavone.

La banda Chiavone infatti il 3 maggio 1861 nelle prime ore del mattino assalì il paese, un componente della banda nativo di Monte San Biagio uccise il Sindaco Biagio Bove mentre il resto della banda con a capo il brigante Chiavone disarmò tutti i componenti della Guardia Nazionale, s' impossessò di 220 fucili e per ben due giorni il paese fu tenuto sotto il terrore dei briganti che fecero razzia di oggetti di valore, di denaro e quant' altro ricevuto nelle case degli abitanti.

Monte San Biagio fu liberato dopo due giorni dal 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, tra i briganti in fuga ed i granatieri ci fu una lunga sparatoria intorno al paese, ormai alla fuga la banda di briganti si portò verso la campagna di Villa San Vito e fu lì che i Granatieri di Sardegna s' impegnarono nell' ultimo scontro a fuoco prima che tutta la banda si dileguasse per i boschi in fuga verso Lenola approfittando anche dell' oscurità del tardo pomeriggio.

Nello scontro a fuoco, alle 17 di quel giorno morì il sergente Andrea Ansermin nato a Nizza Monferrato e facente parte del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna. Nella canonica della Chiesa di San Giovanni Battista in Monte San Biagio è custodita un' epigrafe con scritto:

"Qui riposano le ceneri di Andrea Ansermin sergente del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, pregate pace all' eroe che combattendo contro un' orda di briganti incontrava la morte in questa terra benedicendo a Dio all' Italia e al suo Re il dì 3 maggio 1861".

Era il 23 gennaio del 1821, ormai la sera era calata da oltre un’ ora e le strade di Terracina erano buie e deserte. Lungo la strada, che dalla chiesa di San Domenico conduce in salita verso il Convento di San Francesco, ritornava Don Domenico Cerilli, vice rettore del collegio giovanile.

Ormai era quasi arrivato al bivio dove la strada, che continua verso il cimitero, s’ incontra con l’ altra che ridiscende verso San Francesco, quando, nelle tenebre vide profilarsi un folla d’ ombre minacciose: … I briganti!

In quella trista masnada il buon prete ne ravvisò qualcuno che due mesi prima era stato ospite nel convento stesso per trattare la loro resa con il rettore Don Luigi Locatelli. Questi da una settimana era partito per Roma per riferire alla Santa Sede dell’ avvenuta “redenzione” di quelle anime ipocrite, in realtà si trattava di una falsa. Ora però, a quell’ ora, non erano certo lì per una visita penitenziale, anzi questa volta c’ era con loro anche l’ irriducibile capobanda Alessandro Massaroni.

Don Domenico Cerilli viene fatto prigioniero e, con il coltello alla gola, condotto sotto il portone del convento: gli viene ordinato di dare la voce al guardiano perché apra. I briganti entrano, molti di loro conoscono la disposizione dei locali, e velocemente radunano tutti gli ospiti del convento e si avviano indisturbati verso la Via del Cimitero. La strada che conduce verso i monti passa nelle vicinanze del cimitero, lì, presso la chiesa allora occupata dai Padri Passionisti, c’è un piccolo presidio di carabinieri pontifici. Poco più avanti la numerosa compagnia di briganti ed ostaggi si imbatte in un carabiniere che torna da una perlustrazione in montagna: forse è il militare a sparare per prima ed i briganti a farsi scudo con il corpo di Don Domenico, il risultato è che il carabiniere ed il prete restano a terra morti. Nella confusione che ne consegue, approfittando del buio e della macchia, alcuni ostaggi riescono a fuggire.

I quattro scampati danno l’ allarme in città, suonano le campane, cinquanta persone si armano per dar forza ai militari, ma i parenti degli ostaggi li fermano: vogliono che si tratti. Il paese è sveglio e tutto in piazza quando, verso mezzanotte, arriva il portinaio rilasciato dai briganti con le loro condizioni: vogliono cibo, vino, tabacco e munizioni, per il momento. Faranno sapere a breve la somma del riscatto; intanto, si diano da fare perché ci vorrà molto denaro, pena un massacro.

Il Governo, informato della gravità della situazione non essendo i briganti soddisfatti della somma consegnata dai parenti dei sequestrati, aveva inviato a Terracina due imprenditori (i fratelli Mencacci, appaltatori della tassa sul macinato) per trattare la somma del riscatto. Massaroni viene a saperlo e gioca al rialzo. Intanto la taglia su Massaroni, vivo o morto, sale a 3.000 scudi, ma nel contempo si cerca di tenerlo buono interrompendo l’abbattimento delle case di Vallecorsa appartenenti al capobrigante e ad altri suoi accoliti.

Le trattative continuano, ma le pretese non calano, Massaroni libera alcuni degli ostaggi in base ad un non cospicuo bottino, rimangono alla fine nelle loro mani: Papi, D’ Isa e Fasani: le famiglie ed i parenti si erano dissanguati dei loro averi e preziosi, ma i Briganti sembravano accanirsi in particolare verso questi tre ragazzi appena diciassettenni per ragioni non del tutto chiare, a parte che per il Papi. Questi, infatti, era figlio del gonfaloniere di Prossedi, reo di aver sterminato due bande di briganti e la famiglia di Antonio Vittori, uno dei più sanguinari membri della banba Massaroni. E' probabile che fin dall’inizio Massaroni abbia promesso al Vittori di portare a termine la sua vendetta personale dopo aver spremuto dalla famiglia l’ intero riscatto.

A completare le richieste, dopo un’ultima disperata colletta, il 31 gennaio parte da Terracina l’ ultima missione. Incontrano la banda a Valle Viola, sopra Monte San Biagio, consegnano gli ultimi scudi e sperano nella consegna dei tre ragazzi.

Ma a questo punto la tragedia ha il suo epilogo. Qualche vedetta nota un movimento di truppe a piedi da Monte San Biagio: si grida al tradimento, prima di disperdersi Massaroni da l’ ordine di scannare gli ostaggi legati agli alberi. Vittori non aspettava altro per colpire a pugnalate il Papi,  qualcun altro, o lo stesso Vittori, uccide il D’ Isa, mentre, nella concitazione della fuga, inspiegabilmente il Fasani resta vivo. Ma forse tutto era stato deciso già prima.

Il giorno dopo il popolo di Monte San Biagio uscì per recuperare i cadaveri che, lavati, ricomposti e rivestiti con veste talare e cotta e riconsegnati alla pietà dei Parenti.

Giuseppe Papi aveva 17 anni, Pietro D’ Isa ne aveva 16.