"Massaroni... non era un brigante ordinario, si una furia in forma umana!

...sopravanzando in efferatezza tutti i mostri dell’ isteria e del romanzo".

"Egli menava vanto d’ aver ucciso con le proprie mani quattrocento creature umane; non pranzava mai senza aver davanti un teschio insanguinato, mangiava i cuori strappati e palpitanti, e beveva umano sangue fumante...il giorno della decapitazione a Terracina, in pubblico una bambina esclamoò: Mamma il sangue che vi esce dal capo! ...e la mamma rispose: No figlia mia... esce fumo dal suo corpo! Colui era un Demonio!..."

Testimoninza scritta nei giornalini del Regno

Alessandro Massaroni (1790 - 1821), feroce capobrigante nativo di Vallecorsa, era soprannominato Mancinello per il suo terribile "sinistro": la sua banda, che agiva nel basso Lazio, viveva assaltando carrozze e rapinando ricchi viandanti. Grazie ad azioni terroristiche rocambolesche e clamorose, tutte, tra l'altro, mirabilmente documentate nelle acqueforti dell' artista Bartolomeo Pinelli, Massaroni, noto in tutto il basso Lazio per la sua efferata crudeltà (si narra che richiedesse, a chi voleva entrare nel suo clan, un delitto, come "credenziale" per l'ammissione), divenne ben presto il leader indiscusso del brigantaggio pontificio.

Nel 1820, con la cacciata di Re Ferdinando da Napoli, ad Alessandro Massaroni - in quel momento leader indiscusso del brigantaggio pontificio - si presentò un' occasione unica, quella di comandare un corpo regolare al servizio delle forze costituzionali con l' incarico di difendere i confini con lo Stato della Chiesa dalle truppe austriache che tentavano di restaurare la monarchia borbonica. Massaroni era stato convocato a Fondi dal generale Carascosi insieme a Michele Magari, capobandito che operava nel Regno di Napoli: ai due briganti fu proposta una Carta che garantiva, anche per i loro uomini, sicurezza, una paga giornaliera e un alloggio a Monticello, oggi Monte San Biagio, in cambio dell' impegno a molestare, al suo passaggio, la retroguardia austriaca e ad arrestare i disertori dell' esercito napoletano.

Nominato comandante del Corpo Franco del Regno, Massaroni divenne praticamente il padrone di Monticello. Indossò con orgoglio e con un certo vanto un'uniforme rossa con spalline da capitano e si fece raggiungere dalla moglie Matilde Zomparelli e dal figlioletto. Monticello divenne quindi un' oasi di tranquillità per i fuorilegge che arrivarono "in massa" ed in poco tempo si ritrovarono più o meno in 150. Quasi tutti trascorrevano però le loro giornate nell' ozio perché incapaci di esercitare qualsiasi tipo di mestiere: alcuni, fra cui forse pure Alessandro, aderirono alla Carboneria, altri si unirono in matrimonio. 

Il rito veniva celebrato dallo stesso capobandito alla presenza dei suoi uomini, che si impegnavano a difendere gli sposi. Un documento dell' epoca ci descrive così la cerimonia di nozze dei briganti Mastroluca e Mattei con due donne di Vallecorsa: "dopo che il Capo Banda Massaroni, vestito di Cappotto e Berrettone ad uso di Mitra, e fatti inginocchiare i rispettivi Sposi; interrogatigli se erano contenti di amarsi; fattigli baciare un Crocefisso; impugnato dai Compagni un Coltello tinto di proprio sangue; e giurato di difendere li Sposi, e le Spose, pretesi di unirli in Matrimonio". 

Quando gli austriaci, dopo aver sconfitto Guglielmo Pepe a Rieti, scesero velocemente vittoriosi verso il sud, i briganti non fecero in tempo ad intervenire. Ma la Carta fu inaspettatamente rinnovata, nonostante le vigorose proteste delle autorità pontificie, che erano infuriate perché i briganti entravano nello Stato della Chiesa, commettevano delitti e poi ritornavano nel loro comodo asilo. Numerosi fuorilegge si convinsero però che quel paradiso non sarebbe potuto durare a lungo, e decisero di tornare alla macchia. 

Massaroni desiderava invece un po' di tranquillità, soprattutto perché la vita che aveva condotto nei primi tempi del soggiorno a Monticello, a ritmo di banchetti e forti bevute, gli aveva riaperto una grave ferita all' intestino che risaliva al dicembre1818 quando, durante un conflitto a fuoco, un colpo di fucile gli "aveva forato il ventre in maniera che dalla ferita mandava fuori lo sterco". I suoi uomini erano allora riusciti a coprirgli la fuga con una sparatoria e, dimostrando una notevole efficienza logistica, lo avevano condotto, delirante, in un luogo sicuro, un pagliaio ai confini con il Regno di Napoli. 

Dopo una lunga convalescenza Alessandro sembrava miracolosamente guarito, ma evidentemente non era così . Nei primi mesi del 1821 il brigante, ritrovandosi a Monticello sofferente e praticamente costretto a letto, per tentare di far proseguire a tutti i costi l' insolita pace arrivò persino a compiere un' azione che in altri momenti avrebbe considerato ripugnante, la consegna alle autorità di alcuni giovani banditi, poveri capri espiatori che vennero fucilati. Nel giugno di quell' anno fu infine attuato contro i banditi che si trovavano a Monticello il fatidico attacco di truppe pontificie ed austriache. Era il 19 giugno 1821 quando i soldati austriaci e pontifici assediarono Monticello e Massaroni viene colpito a morte; i pochi fedelissimi catturati o uccisi. Quando fu avvertito dell' assalto Massaroni si alzò a fatica ed imbracciò il fucile, ma non ebbe le forze sufficienti per reagire. Fu allora catturato ed esposto in pubblico agonizzante nella piazza di Fondi. In molti si recarono a vederlo, perché la fama del brigante si era ormai diffusa.

Ci giunge a noi, tra le tante acqueforti dell' artista Bartolomeo Pinelli, proprio la raffigurazione dello scontro a fuoco in "Monticelli" in cui Massaroni è raffigurato morente a destra col fucile a terra privo di forze. La raffigurazione dell' evento che vide le truppe austriache e pontificie sparare contro gli uomini della banda Massaroni riporta in calce la scritta "Scontro a fuoco a Monticelli", a tutt' oggi una delle pochissime raffigurazioni sul brigantaggio nell' omonimo paese.

Una volta morto fu decapitato, e la sua testa venne presentata a Terracina, ma le autorità locali non avevano denaro sufficiente per pagare la taglia. I soldati si recarono allora a Frosinone, portandosi sempre dietro l' imbarazzante fardello, ma anche lì sorsero alcuni problemi. Si obiettava infatti che nel Regno di Napoli, dove era stato ucciso, Massaroni non era un bandito, essendo stato amnistiato. Fu necessaria una lunga trattativa, al termine della quale i tremila scudi vennero finalmente pagati. Si concludeva così la vicenda di Alessandro, soprannominato Mancinello per il suo terribile sinistro, le cui gesta furono mirabilmente fotografate dalle acquaforti di Bartolomeo Pinelli.

Nato a Vallecorsa nel 1790, moriva poco più che trentenne, anche se aveva alle spalle una carriera "di tutto rispetto". 

La sua banda, che agiva nel Basso Lazio e viveva assaltando carrozze e sequestrando ricchi viandanti, era stata protagonista di clamorose azioni, come quella del gennaio 1821 quando i briganti irruppero nel seminario di S. Francesco fuori Terracina e rapirono i presenti. Quasi tutti i sequestrati vennero ben presto liberati in seguito al pagamento di somme da capogiro; due ostaggi furono però uccisi, forse per vendetta. Il portiere del seminario, condannato a dieci anni perché ritenuto complice dei fuorilegge, in realtà aveva aperto pensando fosse il Rettore che invece, imbattutosi con i briganti,rimase ucciso lungo la strada. Qualche autore, per sottolineare la particolare crudeltà di Massaroni, ha ricordato che talvolta il capobandito chiedeva, a chi voleva entrare nel gruppo, un delitto come credenziale per l'ammissione. Ad esempio alcuni uomini, dopo essere stati respinti, uccisero una povera contadina in strada solo per essere accolti nella formazione. Raggiunsero lo scopo. In realtà, premesso che la violenza era allora largamente esercitata da tutte le classi sociali, nel caso del Mancinello si trattava di una forma di accortezza necessaria per la sua sopravvivenza, perché spesso le autorità tentavano di infiltrare alcuni loro agenti nelle bande di briganti, ed era quindi ovvio chiedere agli aspiranti banditi una prova dell' autenticità delle loro intenzioni. 

Anche Massaroni, come quasi tutti i briganti dell'epoca, alternava la vita alla macchia con brevi periodi di ritorno alla normalità: nel 1814 si era ad esempio presentato per usufruire dell'amnistia. Spesso però iniziava le trattative con le autorità senza alcuna volontà reale di arrendersi, per poi sospenderle prima della conclusione e ricominciare con le consuete azioni. Chissà, forse era soltanto un modo per conoscere le intenzioni del governo, oppure per tentare di beffarlo. Ma anche la controparte, è bene ricordarlo, gli rendeva talvolta pan per focaccia! Nel 1816 ad esempio si era diffusa la voce che il governo volesse trattare con i banditi. Alessandro Massaroni, che ancora non aveva raggiunto la sua posizione al vertice del brigantaggio, desiderava farsi vedere nel suo paese; si recò allora con Antonio Gasparoni a Vallecorsa, pur non essendo affatto nell' ottica di arrendersi. Per poter entrare, i due dissero che erano stati inviati dal loro capo Luigi Masocco con l' obiettivo di conoscere le condizioni dell'amnistia: non si aspettavano però di essere completamente disarmati. Con un aspetto da pulcini bastonati riuscirono infine a tornare alla macchia sotto lo sguardo ironico e divertito del loro superiore. In genere si impegnavano in molti per la riuscita delle trattative fra governo e fuorilegge: spesso il compito veniva affidato ai preti, considerati i più adatti per occuparsi dei negoziati, vista l'intensa religiosità dei fuorilegge. Massaroni comunicava allora le sue richieste, diverse a seconda dei periodi: ritiro delle truppe da Vallecorsa, sua assunzione da parte del governo pontificio, scarcerazione di parenti banditi. In effetti nel 1819 il fratello Giacomo, recluso a Roma, fu rilasciato proprio a questo scopo, ma il brigante aveva nel frattempo già abbandonato l' idea di arrendersi. 

A parte il padre di Alessandro,Gaetano, che si impegnò (ma senza risultati) per ottenere la resa del figlio, in genere era Matilde Zomparelli, la bella moglie del capobrigante, il tramite di cui si servivano le autorità per contattare e tentare di far arrendere il fuorilegge. Spesso la donna venne però usata dal governo come ostaggio ed arrestata, oppure allontanata da Vallecorsa. 

Agli inizi del 1820 il capobandito, che nonostante l' apparente guarigione della ferita non era ancora nel pieno delle sue forze, aveva lanciato da Monticello un ultimatum ai ricchi possidenti di Vallecorsa, avvertendoli che qualora la sua famiglia non fosse stata rilasciata entro otto giorni - i suoi parenti si trovavano allora sequestrati come quelli di altri banditi - avrebbe fatto una strage. La lettera terminava così : "Dunque altro non ho che dirvi. Fate come vi pare". I proprietari terrieri si misero quindi in allarme, anche perché la perlustrazione generale del Basso Lazio, da parte delle truppe, non aveva dato alcun risultato.

Le vicende di Luigi Alonzi hanno dell'incredibile e sono al confine con la leggenda, tanto che passando per quei luoghi si sente ancora forte la sua presenza in un regno fatto di selve, anfratti, fiumi, trabocchetti e gente avvezza al lavoro duro della vita agreste.

Luigi Alonzi detto Chiavone nacque 19 giugno 1825 in Contrada Selva presso Sora, chiamato Chiavone per quella enorme chiave di casa che da bambino aveva il compito di custodire al suo collo durante il lavoro che i genitori svolgevano nei boschi, era un "figlio d'arte". Suo nonno, Valentino Alonzi, fu Brigante Sanfedista distinguendosi per la sua capacità, fedeltà ed astuzia. Dopo essere stato guardaboschi divenne capobrigante; fu tra i primi ad offrire i suoi servigi a Sua Maestà Francesco II di Borbone (Franceschiello);

Il Chiavone costituì una grossa banda composta di ben 350 individui, reclutati tra la gente più misera della selva di Sora e della Valle Roveto, ed installò il suo quartiere generale nel territorio pontificio a ridosso del confine italiano.Sarebbe veramente lungo elencare le molteplici imprese che Chiavone portò a termine con precisione e determinazione: citiamo un episodio che macchiò di sangue l' allora Monticello di Fondi: l' uccisione del Sindaco Biagio Bove.

La notte del 2 maggio 1861 Chiavone in testa ai suoi uomini si portò nelle vicinanze dell' abitato di Monticello dalla parte della Fontana del Fico. La mattina del 3 maggio occupò il paese, si recò nella sede comunale, uccise il Sindaco Biagio Bove e s'impossessò di molti documenti riguardanti personaggi filoborbonici, nella ricerca fu aiutato da alcuni cittadini del paese e li bruciò in piazza con l' effige di Vittorio Emanuele e di Garibaldi.

Dopo l' orgia di fuoco, percorse le vie del paese portando in processione l' effige di Francesco II e della moglie Sofia. Rubò nelle case dei liberali e s' impossessò dei fucili della Guardia Nazionale. Occupò anche Portella e molti viaggiatori e corrieri furono costretti ad alloggiare a Fondi, quelli provenienti da Napoli ed a Terracina quelli da Roma.

Il secondo giorno sopraggiunge alle pendici di Monticello una brigata di Granatieri, i quali puntarono i cannoni contro l' abitato, ma quando una staffetta disse al comandante che la banda aveva lasciato il paese, non fecero fuoco e si diedero all' inseguimento dei briganti i quali furono raggiunti nelle vicinanze di Villa San Vito. I briganti si difesero e poi sparirono nella folta sughereta di Villa San Vito.

I Granatieri si ritirarono portandosi dietro un morto, il sergente Andrea Ansermin, che fu poi sepolto sotto la Chiesa di San Giovanni Battista, sopra Monticello.

Dopo molte azioni di brigantaggio, la fine cruenta ed infamante di Chiavone riassume la tragedia che aveva colpito l'antico regno, le sue azioni dovevano servire a riportare i borbonici al potere ed infatti egli ostacolò l’avanzata dei Garibaldini a San Vincenzo Valle Roveto; ma nonostante avesse operato al servizio dei legittimisti borbonici, proprio questi ultimi si resero responsabili della sua morte, avvenuta mediante fucilazione, il 28 giugno 1862, nella Valle dell’Inferno, presso la Certosa di Trisulti. Infatti il capo brigante, nominato dal Re Francesco generale delle truppe di resistenza, fu fatto fucilare proprio da un Comandante legittimista, il generale Rafael Tristany.

Antonio Gasbarone (nome che risulta così sul registro dei morti, ma che è poi diventato nell’uso parlato “Gasparoni” o "Gasbaroni") nacque a Sonnino il 12 dicembre 1793 e morì ad Abbiategrasso il primo aprile 1880.

Originario di una famiglia di pastori e orfano di entrambi i genitori a 15 anni, si ‘avviò’ al banditismo nel 1814 con l’ uccisione del fratello della donna che aveva chiesto in moglie e che gli era stata rifiutata, poiché egli risultava essere fratello di brigante.

Dapprima al seguito di un brigante calabrese (detto appunto “il calabresotto”), e poi capo della propria banda, egli visse alla macchia tra i monti dell' Amaseno fino a Vallemarina, solo nel 1825, persuaso da un prelato di Sezze, decise di consegnarsi allo Stato (allora Stato della Chiesa), nella speranza di beneficiare presto di un’amnistia o di un lavoro.

Rimase invece in carcere fino al 1870, quando con l’ Unità d' Italia venne finalmente liberato. Rifiutato, tuttavia, dal suo paese d’origine, condusse gli ultimi anni della sua vita nel quartiere romano di Trastevere, finché, non godendo delle simpatie delle autorità civili ed ecclesiastiche, fu inviato a trascorrere i suoi ultimi giorni in una sorta di ospizio nel nord Italia. La fama di Gasbarone varcò i confini dell’Italia prima ancora della sua morte, e si costruì intorno alla sua figura un mito duraturo, che lo ha fatto divenire uno dei più noti fuorilegge della storia. La capacità di sfuggire alla cattura e di mirare l’ azione criminale spesso in difesa dei più poveri ha alimentato la leggenda su questo “bandito galantuomo”, la cui figura, insieme a quella di altri briganti, sembra essere stata in qualche sintonia con un certo ribellismo sociale presente nella comunità di Sonnino, che trovava le sue radici nella particolare congiuntura storico-politica dello Stato Pontificio, qui al confine col Regno di Napoli.