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Il Santo del Popolo, proprio con questo appellativo San Gaspare si è potuto effigiare per rispondere con amorosa larghezza di intercessione ai più crudeli briganti e bisognosi, sicché le grazie che si ottengono per il suo celeste intervento sono davvero moltissime.
Ognuno può sincerarsene visitando, in Albano Laziale, il suo santuario. Lunga sarebbe la sua cronistoria - anno per anno - della vita apostolica del Santo, ma nel contesto del brigantaggio ne vogliamo parlare per quanto egli operò per la conversione dei briganti e per lenire i dolori delle popolazioni della Provincia di Terra di Lavoro. Questa zona del basso Lazio, comprendente le attuali province di Frosinone e di Latina, era infestata da quegli uomini senza fede e senza cuore, che avevano raggiunto uno stato di abbrutimento e di crudeltà inimmaginabile, quasi infestati dal Demonio. L' opera di Gaspare fu davvero titanica e basterebbe da sola a perpetuarne la memoria, annoverandolo tra i più grandi missionari della storia e tra i più grandi benefattori dell' umanità.
Lo zelo, le lotte, le calunnie, i pericoli per la sua stessa vita e il risultato raggiunto basterebbero a giustificare la sua elevazione agli altari! Inizialmente, il fenomeno del brigantaggio nel basso Lazio fu dovuto al rifiuto dei giovani a sottostare alla legge della leva militare imposta da Napoleone. Con la caduta di Napoleone il fenomeno né scomparve, né si attutì, ma ingigantì. L' abbrutimento completo, dovuto alla vita della montagna e all' isolamento dalla società civile, gettò quegli uomini nella catena dei più efferati delitti. Si potrebbe dire che, più che di denaro, erano assetati di sangue. Ove passavano, lasciavano tali segni di violenza da far rabbrividire anche i cuori più duri. Annidati tra i burroni e nelle caverne delle boscose e inaccessibili montagne della Ciociaria, piombavano come falchi nei paesi e nelle vie, dove saccheggiavano e lasciavano il suolo cosparso di cadaveri. Ai disertori si unirono i veri criminali. Sonnino e Vallecorsa furono i capisaldi delle loro inespugnabili fortezze, altri centri furono Monte San Biagio, Sezze, Prossedi, Sermoneta.
I briganti avevano un vestiario particolare e pittoresco: giacche di velluto marrone o porpora, detto "Pelle di Diavolo", cappelli a cono con falde strette, giubbetti inghirlandati da nastri a svolazzo, calzoni corti alla zuava, ciocie ai piedi, pistole e coltellacci artigianali alla cintola, barba e capelli incolti, borsa a tracolla, amuleti, medaglie, monete e catenine. Ogni gruppo aveva il suo capo con diritto di vita e di morte. Il nome più popolare è quello di Gasbarrone e a Monte San Biagio lo spietato brigante MASSARONI.
Ormai non vi era posto al sicuro dalle loro imprese. La via Appia lungo Roma-Napoli era spesso teatro dei loro improvvisi agguati. Spogliavano i passeggeri di tutto e uccidevano: si racconta che una volta fecero l' assalto ad una carrozza che percorreva l' Appia nei pressi dell' Epitaffio, la violenza fu disumana, per gli uomini occupanti dopo averne rapito i beni furono spogliati e seviziati con inumana tortura, più triste fu la fine di una donna, dopo essere stata stuprata su di lei i briganti orinarono tanto che la donna sotto il sole rovente bruciò la sua delicata pelle insieme all' odore nauseabondo di quella efferata umiliazione degli uomini di Massaroni.
Ovviamente prendevano particolarmente di mira i ricchi, i nobili e il clero. Le loro vendette erano puntuali e ferocissime. È impossibile qui narrare tutte le loro gesta. Accenniamo solo a qualche episodio, che renderà più comprensibile la loro ferocia e ci darà modo di capire meglio l' azione di Gaspare, apostolo di pace fra tanta barbarie. Condizione necessaria per far parte d' una banda era l' aver commesso almeno un omicidio, cosicché i giovinastri, affascinati dalle loro gesta, non esitavano ad ammazzare chicchessia senza motivo, per guadagnarsi «l' arruolamento».
La sera del 23 gennaio 1821 il brigante Alessandro Massaroni con una ventina di uomini assalì il Seminario di Terracina, situato allora nel convento di S. Francesco. Tra seminaristi e superiori ve ne erano una trentina. Mentre li trascinavano via, s' imbatterono in un gendarme e lo finirono a fucilate; uccisero anche il vice rettore, Domenico Cirilli, che si era accostato al poveretto per dargli l' assoluzione. I sequestrati, approfittando del trambusto, cercarono di fuggire. Ma solo una decina vi riuscirono, gli altri, tra i quali alcuni feriti, furono ripresi e condotti in montagna. Massaroni ne mandò due ad avvertire i parenti e le autorità che i prigionieri non sarebbero stati rilasciati senza il pagamento di un ingente riscatto. Essendo impossibile pagare la somma richiesta, la popolazione cercò di abbonire i malvagi, inviando molti viveri in montagna. I briganti non cedettero. Furono fatte delle collette, il vescovo di Terracina, Mons. Carlo Manassi, diede la sua croce pettorale d' oro, le famiglie e gli amici i loro preziosi. Solo quando ebbero i quarantamila scudi richiesti, i briganti liberarono i seminaristi, meno due che furono sgozzati. L' eccidio avvenne in località Grotte di Monte San Biagio, la rocca di Massaroni.
Altro episodio fu l' audace assalto e la cattura dei Monaci Camaldolesi dell' eremo di Tuscolo, presso Frascati. I religiosi erano riuniti in chiesa, quando furono assaliti, legati e portati via a viva forza. I briganti, capeggiati dal loro capo Antonio Vittori, lasciarono solo un frate centenario, al quale dissero che, se entro tre giorni non avesse procurato settantamila scudi per il riscatto, avrebbero trucidato tutti i suoi confratelli. Attraverso la selva della Faiola e della Molara i frati vennero trascinati in territorio di Artena. Di lì poi i briganti con gli ostaggi si trasferirono a Roccamassima. I poveri frati cercarono di convincere i malfattori che la somma da loro richiesta era talmente esorbitante, che non l' avrebbero potuta ricavare neppure se avessero venduto l' Eremo. Vi fu una grande mobilitazione di gendarmeria.
I banditi, attaccati in forze, furono costretti ancora a fuggire con i sequestrati e raggiunsero la loro roccaforte di Monte San Biagio, da dove mandarono fratel Ubaldo Ceccarelli con l' ordine di portare il riscatto a Fossanova. La triste avventura ebbe lieto fine nei pressi di Sonnino, dove, dopo una sparatoria con i gendarmi, i banditi fuggirono lasciando liberi gli ostaggi, dei quali uno era stato gravemente ferito. Sonnino accolse i monaci al suono festoso delle campane.
Strade consolari, strade di campagna, piazze, paesi erano ogni giorno disseminati di cadaveri e di teste mozzate, appartenenti sia agli inermi cittadini sia ai briganti catturati. Il governo pontificio reagiva senza misericordia, anche con esecuzioni sommarie. I briganti catturavano e seviziavano; altrettanto facevano i gendarmi. Trionfava la legge del taglione. Non di rado sulle pubbliche piazze si vedevano allo stesso tempo i corpi dei briganti impiccati, le loro teste infilate sulla punta delle picche e i corpi martoriati dei cittadini e dei gendarmi (l' usanza era quella di tagliare la testa al brigante e ridurne il corpo in quattro parti). Questo sistema inaspriva gli animi e suscitava vendette terribili.
Erano le madri a mostrare questo scempio ai giovani figli, costringendoli a giurar vendetta. Ogni tanto il governo concedeva amnistie e prometteva impunità a chi si arrendesse, ma i patti non venivano quasi mai rispettati: tutti finivano sulla forca. Allora i briganti, più che mai inferociti, moltiplicavano razzie ed eccidi. Per fronteggiare questa terribile situazione Pio VII, avvilito, pensò di ricorrere a rimedi estremi: ordinò che il paese di Sonnino, chiamato anche brigantopoli, fosse raso al suolo e forse anche la rocca di Monticello (Monte San Biagio) doveva subire tale sorte.
A questo punto intervenne S. Gaspare. Affrontando le ire di quanti erano interessati, per i propri sporchi interessi, a che il brigantaggio continuasse la sua opera nefanda, difese Sonnino in una memorabile e commovente lettera al Pontefice, ottenendo che la demolizione già iniziata fosse sospesa. Tutt' oggi, perciò, il Santo è chiamato e festeggiato col titolo di padre e salvatore della cittadina. Ecco qualche brano della famosa lettera di Gaspare a Pio VII:
«Beatissimo Padre! La giustizia e la clemenza han sempre animato tutte le operazioni della Vostra Santità. Anche la demolizione di Sonnino è partita da uno spirito di giustizia, e questa demolizione è stata giustamente eseguita sopra le case dei malviventi... Ma consumata questa prima demolizione, pareva dovesse subentrare la clemenza... La giustizia può scaricarsi sopra dei colpevoli e non sopra quelli che tali non sono. Perché ciò non accada, si sottopongono i seguenti riflessi... L' ulteriore demolizione sarebbe inefficace, poiché succeduta alla demolizione delle case dei rei... la demolizione delle altre non può essere di peso a quelli; sarebbe poco conveniente alla mansuetudine eccelsa del Vicario del Dio della pace se fosse inesorabile per la distruzione d' un intero paese di circa tremila anime e di tutti i fabbricati anche sacri... Questa demolizione d' un intero paese e questa dispersione di tutti gli abitanti sarebbe fatale all' agricoltura... Sarebbe molto pericoloso per la pubblica tranquillità il porre nella disperazione una popolazione così numerosa: lasciar patria, parenti, possidenza e la propria abitazione, forma il colmo della desolazione... e se, comunque, minima parte si unisse ai malviventi... quali ne potrebbero essere le conseguenze? Finalmente, sarebbe ingiusta, se, ravvisandosi non come punizione, ma come misura pubblica che non può cadere sopra innocenti, non si paga il prezzo di ciò che si demolisce... Se si paga... la somma di un milione o almeno di mezzo milione appena sarebbe sufficiente. Questo essendo insopportabile nelle attuali forze dell' erario, non potrebbe pagarsi... In ultimo la clemenza della Santità Vostra rivolga lo sguardo pietoso ad un' intera popolazione, a cui non sono rimaste che le pupille per lacrimare».
La lettera fu tanto efficace che il Papa si convinse che, a redimere e a richiamare quei popoli imbarbariti a sensi di umanità, poteva essere solo la religione e l' opera di quell' apostolo che si chiamava Gaspare Del Bufalo. Da molte prove risultava con chiarezza la connivenza delle autorità, sia di basso che di alto rango, con il brigantaggio. La vigilanza del governo era tradita «dai perfidi». Alcuni impiegati si arricchivano e mietevano onori. Erano «l' orrida piaga». «Il Consesso della Delegazione era un cumulo di scellerati». «Il complesso dei buoni ne era avvilito». Anche S. Gaspare era profondamente rattristato, ma non avvilito e, pur conoscendo il potere di chi gli era contro, tuttavia si mise subito all' opera. Con Mons. Bellisario Cristaldi preparò un Progetto per l' estirpazione del brigantaggio nella Provincia di Terra di Lavoro, che fu approvato da Pio VII l' 8 ottobre 1821. Il progetto si basava principalmente sulla cultura morale e religiosa, che avrebbe sicuramente ingentiliti gli animi di quelle popolazioni «abbrutite, rozze, imbarbarite, depravate».
Per coordinare con profitto il suo programma apostolico, S. Gaspare coraggiosamente visitò i paesi della provincia, sulle cui montagne erano arroccati i briganti come su fortilizi di guerra, sicuramente anche Monte San Biagio fu tappa delle sue visite, oltre Itri e Amaseno. Fece un dettagliato rapporto ai rispettivi vescovi e a Roma, mettendo in evidenza che quelle popolazioni volevano più dello stesso governo che finisse presto il brigantaggio. Secondo il progetto aprì sei Case di Missione proprio nelle zone più pericolose: Terracina, Sonnino, Sermoneta, Velletri, Vallecorsa e Frosinone.
Attraverso la predicazione della parola di Dio il Santo riuscì a risvegliare nei loro cuori sentimenti di umanità e il desiderio di reinserimento nel vivere civile. Li animò a confidare nella clemenza del Papa; promise di perorare la loro causa, se essi avessero deposte le armi fratricide. Non solo promise, ma mantenne la promessa scongiurando le autorità e il S. Padre, affinché cessassero le repressioni selvagge e non fosse fatto scempio dei corpi dei briganti giustiziati.
Ormai era tanta la fiducia dei briganti nel Santo e nei suoi missionari, che, invisibili, lo seguivano senza molestarli. Ascoltavano la loro parola e manifestavano chiaramente il desiderio di riconciliarsi con la società. Questo radicale cambiamento nella condotta dei briganti suscitò un' aspra lotta contro Gaspare da parte dei soliti interessati. Fu accusato perfino di intesa con loro contro lo Stato. Gaspare chiuse questo intensissimo e faticoso 1821 con una missione: si narra che un ferocissimo brigante aveva venduto, con un regolare contratto, l' anima al demonio, in cambio di una certa somma giornaliera che egli doveva fargli trovare in un certo posto. Se non che più danaro riceveva, più cadeva in miseria e viveva nel terrore. Non aveva avuto mai prima il coraggio di confessarsi. Si recò da Gaspare che lo confortò, gli diede l' assoluzione e lo liberò da quell' incubo, la conversione fu veramente sincera e permanente!

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