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Come nasceva, e come si organizzava il “brigante” ?
I componenti delle bande venivano, in generale, reclutati dai comitati borbonici tra i braccianti che annualmente si recavano a lavorare nelle grandi tenute dell’ Agro Romano. Questi miseri lavoratori venivano allettati col miraggio della paga e del bottino, oppure venivano spaventati con la minaccia di un rifiutato ingaggio per i lavori agricoli dell’ anno successivo. Era, questa, una delle modalità di arruolamento dei briganti. Le bande, tutte dirette da un capo (“il più abile, il più energico, il più coraggioso, il più spietato”), erano guidate con ferrea disciplina. Le loro basi, poste sui monti e in mezzo ai boschi erano costituite da “baraccamenti fatti con legno o con frasche”, o semplicemente da grotte naturali. E il loro armamento era molto vario: fucili sottratti ai nemici, doppiette da caccia tipiche dei contadini: “I sistemi di segnalazione erano multiformi e adeguati all’ambiente rurale: le bande comunicavano tra loro con colonne di fumo durante il giorno, e con falò e lampade nella notte”.
Tutto contribuiva a creare quell’ alone di fascino e di leggenda attorno alla figura del brigante, fosse egli l’ aristocratico bandito cinquecentesco, difensore dei deboli, nemico dei prepotenti; fosse anche il tenace reazionario borbonico.
Le bande erano composite in parte da "cittadini" senza lavoro, contadini privi di mezzi di sostentamento, chi si era reso autore di reati comuni e chi risultava essere renitente alla leva. E ancora : bande nella stragrande maggioranza composte da contadini e pastori con la presenza, talvolta consistente, di disertori, evasi dalle carceri, delinquenti comuni ed ex militari borbonici sbandati che, mutata la situazione politica, preferivano non tornare nei luoghi di origine. Tanti dunque, coloro i quali preferiscono la fuga nei boschi e sui monti.
Quasi tutti celibi, giovani, non superavano quasi mai i 25 anni di età, analfabeti nella quasi totalità, non mancavano tra di loro gli incensurati. Ogni banda aveva un capo che si contraddistingueva per le sue spiccate doti di abilità e di coraggio. Grazie alle proprie attitudini di leader era in grado di capeggiare un gruppo che solitamente contava dalle 30 alle 40 persone.
Erano strutturate razionalmente seguendo i canoni di una rigorosa organizzazione di combattimento e di una ferrea disciplina garantita dal prestigio personale del capo. Le bande più numerose erano ancor più militaresche senza tuttavia trascurare i buoni rapporti con le popolazioni assicurando loro protezione e sicurezza. Le bande più piccole godevano di una maggiore libertà di movimento ed avevano anche il compito di proteggere i fianchi delle "sorelle maggiori" durante i loro spostamenti, fungendo da avamposti mobili essendo per loro più agevole mimetizzarsi. Nel corso dell’ inverno per la rigidità del clima e la notevole difficoltà di procacciarsi il cibo, molte bande si scioglievano per ricomporsi puntuali in primavera, periodo ideale anche per nuovi e numerosi arruolamenti favoriti dalla possibilità di minacciare il raccolto dei proprietari terrieri e di diffondere il terrore nelle campagne ma anche nei centri abitati più grandi.
Si diventava brigante allo stesso modo di come si diventava emigrante. Brigante sinonimo non di delinquente ma di "uomo onorevole, temuto, onorato, sovvenzionato". La vita del brigante, strano a dirsi in altri tempi, abbondava di attrattive per il contadino povero e la vita errante e nomade non era considerata, quasi mai, una maledizione e neanche un male da sopportare, piuttosto era considerata un giusto modo per "liberarsi dal presente", vale a dire di sottrarsi alle angherie ed ai soprusi. Un valido mezzo per vendicare torti e "sentirsi liberi". Il popolo, quasi sempre, aiutava il brigante aduso alla guerriglia, lo aiutava per timore, spesso per necessità e proprio tornaconto e comunque con ammirazione ispirata, perché no, anche dalle contraddizioni del personaggio ad un tempo benefattore e protettore, vendicatore e ribelle ma anche usurpatore prepotente.
Le
bande, sicuramente quelle meglio organizzate, erano composte da un nucleo di
uomini a piedi e da un nucleo di uomini a cavallo, tutti ben addestrati. Il
nucleo appiedato aveva per lo più compiti di diversione, quello a cavallo
attaccava il nemico ai fianchi ed alle spalle. La tecnica era quella
caratterizzata da assalti improvvisi che si basavano molto sul fattore sorpresa
e da ritirate altrettanto improvvise e repentine difficili da bloccare. Quando
le bande non erano impegnate in azioni "militari", secondo la migliore
tradizione, degli eserciti definiti regolari, gli uomini erano mantenuti in
costante esercizio e venivano assegnati a compiti particolari. Alcuni con più
evidenti capacità organizzative svolgevano il compito di istruttori e di
esperti di tattica, altri attendevano a mansioni più materiali ma non meno
importanti per la causa generale: predisponevano le trincee con un accurato e
preciso lavoro di scavo. Vi era chi si specializzava come avvistatore sia per la
guerriglia che per il ritiro dei riscatti. Altri divenivano esperti esploratori
ed infine vi era che si dedicava all’ opera di proselitismo e di convincimento
assumendo la veste di arruolatore.
Il vettovagliamento era assicurato con le razzie ed i ricatti, le vittime designate e "privilegiate" erano i galantuomini liberali ed i notabili, mentre si cercava di risparmiare gli strati meno abbienti della popolazione. Le masserie contadine erano preferite dai briganti per i loro summit ed erano luoghi deputati anche per gli incontri tra i briganti e i loro amici e parenti non solo, ma anche con i nuovi adepti. Come è opportuno che sia per quella che aveva assunto i connotati di une vera armata, esisteva una rete di informatori molto efficiente. L’ "intelligence" era costituita oltre che dai briganti stessi in incognito anche e, diremmo soprattutto, dalle donne che fornivano false informazioni alle forze dell’ ordine attuando una autentica azione di depistaggio. Un altro fenomeno si sviluppò in concomitanza con il brigantaggio. Un fenomeno che di certo costituisce uno degli aspetti meno edificanti, o meglio sarebbe dire, più gravi e squallidi conosciuti dalla storia lucana. Il riferimento è al cosiddetto "manutengolismo", una vergogna purtroppo prerogativa non solo di pochi. Fin dall’alba del brigantaggio avevano fatto la loro comparsa l’omertà e gli aiuti più o meno spontanei di gran parte della popolazione. E’ in seguito però, dopo il fallimento del tentativo di restaurazione borbonica operato dai legittimisti allorquando il brigantaggio assunse il carattere di definitiva clandestinità politica e giuridica, che vi fu la necessità di trovare nuovi e solidi punti di riferimento per le proprie basi operative e appoggi consistenti per procurarsi le tante vettovaglie ed i rifornimenti indispensabili per continuare la lotta. Ecco dunque che "assume importanza decisiva la figura del manutengolo".
Il manutengolo era di solito "il" possidente benestante che sfruttava ed utilizzava i briganti per i propri scopi e che però, per poter camuffare nel modo più convincente le sue colpe, accettava di subire le razzie degli stessi briganti costruendosi un alibi di tutto rispetto e pertanto inattaccabile. I manutengoli arruolavano, armavano, pagavano uomini per sconvolgere gli equilibri politici raggiunti, e fornivano loro vitto e alloggio, mentre agli occhi della pubblica opinione ostentavano obbedienza al governo piemontese. Essi "in pubblico mostravano indifferenza o addirittura convinta adesione al nuovo governo".

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